I miei figli, Leonardo e Alessandro

Siete pronti? Io no

Domani è il nostro D-Day. Il grande giorno.

Torneremo a gustare quella (semi) libertà di poter mettere la testa fuori di casa, poter correre o passeggiare anche un po’ più lontano da dove si abita. Si potrà andare in libreria. Portare i bambini al parco. Si potrà rialzare un po’ la testa, dopo averla tenuta sepolta per due mesi.
Sembra un quadro quasi idilliaco. Chi non ha voglia di uscire di nuovo fuori a rivedere le stelle?
Siamo davvero tutti bramosi di mettere fuori la testa? O abbiamo paura?
Io non sono pronta.

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Il mondo dopo l’epidemia

Questo è un racconto di fantasia. Ho provato a immaginarmi come potrebbe cambiare la nostra vita nell’epoca post virus. Perché di certo, almeno all’inizio, non potrà essere la normale vita di sempre.

Oggi mi sono svegliata di corsa. Alle 7:30 ero giù dal letto solo grazie alle urla strazianti di Alessandro dettate dalla fame. “Attone!!! Attone!!!” Lattone, come lo chiamiamo noi affettuosamente. E lui ripete.

Lo prendo in braccio e vado giù in cucina a preparargli il “lattone”. Un biberon colmo di latte fresco, scaldato al microonde, che Ale si beve come se non avesse mai bevuto in vita sua. In estasi.

Guardo l’orologio. Mancano venti minuti alle otto. Devo prepararmi velocemente. Oggi mi tocca uscire, ho un appuntamento di lavoro a cui non posso proprio mancare.

Andrea nel frattempo si alza, sveglia Leonardo, il mio figlio maggiore di 6 anni, e si prende cura di lui, mentre io faccio le corse per prepararmi.
Vesto Ale, io mi preparo in 20 secondi. Giacca di jeans per me, giacchino per Ale. Siamo a giugno, inizia a fare caldo. Prima di uscire controllo il telefonino e mi assicuro che la app “MiMuovo” sia accesa. Da quando sono calate le restrizioni a stare in casa, nessuno può uscire senza aver attivato la app. La mia vicina Giada una volta se l’è dimenticata, l’hanno fermata e le hanno fatto 1000€ di multa.

Mi sincero quindi due volte di averla attivata. Il tampone l’ho fatto ieri, in un’ora è arrivato il riscontro: negativo. Per cui non sono un pericolo per nessuno. Ma là fuori qualcuno potrebbe essere pericoloso per me. Guardo fuori dalla finestra che dà su un canale, colmo di alberi rigogliosamente verdi, nonostante tutto. Nonostante il virus la primavera non si è fermata e beffarda, ha continuato a far sbocciare la vita sotto i nostri occhi che invece vedevano morte ovunque. Il melo bonsai sul nostro terrazzo sta cominciando a dare i suoi primi frutti. Piccole mele, lucide e orgogliose di avercela fatta, anche quest’anno. La Natura è andata avanti, nonostante noi. E continuerebbe ad andare avanti, se dovessimo sparire.

“Uccio, uccio!!”. Ale mi ridesta dai pensieri mentre mi tira per i pantaloni: vuole il ciuccio.

Glielo prendo, insieme alla mascherina per me e per lui.
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La banalità del bene

Il bene può essere banale? Direi di no. O forse sì? Forse, quando si esagera con il voler vedere per forza tutto positivo, sempre e comunque, alla fine si banalizza quello che in realtà dovrebbe essere un concetto, un punto di arrivo, un atteggiamento che si raggiunge con sforzo, dedizione, accettando sconfitte, cadute, perdite, fallimenti. Perché solo dal buio si può rinascere e apprezzare la luce.

Vivere costantemente nella luce non è possibile. E chi si sforza di farlo, alla fine darà la luce per scontata.

Siamo arrivati ad un momento storico in cui tutto è bene, tutto è bello, be positive, good vibes always.

Viviamo una Società in cui essere tristi, depressi, giù di corda, è un comportamento stigmatizzabile.

E pensare che il detto KEEP CALM AND GO ON fu coniato dal governo britannico durante la seconda guerra mondiale per tirare su il morale dei cittadini. Beh, direi che avesse un senso.

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Quella voglia di essere salvata

Quella voglia di essere salvata

Viviamo in un’epoca in cui i ruoli di uomini e donne si stanno gradualmente allineando, dove l’uomo è sempre più presente in casa e la donna riesce sempre di più a ritagliarsi degli spazi per fare carriera, con figli al seguito. C’è ancora molto da fare sul fronte della vera emancipazione, ma non è di questo che voglio parlare.

Parlo degli effetti collaterali dell’emancipazione.

Nella mia vita ho sempre cercato di essere indipendente, nel pensiero e nella vita pratica: felice con me stessa e senza far dipendere la mia felicità da altri individui (a parte i figli, ma questa è un’altra storia) ed autonoma nella vita di tutti i giorni con un lavoro che mi possa mantenere e grazie al quale non devo dipendere economicamente da nessuno.

Due grandi conquiste. E lo sono, a tutti gli effetti. Qui effetti collaterali non ce ne sono.

Ma parlo del rapporto con l’altro sesso, con l’uomo nel mio caso. Con il mio compagno, padre dei miei figli e che amo infinitamente.

Sono sempre stata così portata alla mia indipendenza e alla mia autonomia, da avergli fatto terra bruciata.

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Dieci anni dopo (seconda parte)

io e Leo

L’ho detto che la mente è strana. Alla mia poi hanno dato la laurea honoris causa per la stranezza. Passo una giornata a convincermi da sola di alcune cose, e il giorno dopo lo spendo a ripensare completamente a quello di cui ero così convinta. Una continua altalena di pensieri, emozioni, convinzioni. Come si fa a vivere così?

Ho concluso il post precedente dicendo che, tornando in quel posto di lavoro da cui ero scappata qualche anno prima, ho dato inizio alla mia fine. Un po’ forte come espressione, ma vera, in un certo senso.

Anche perché non saprei come altro definire tornare in un posto di lavoro che mi aveva avvelenato, convinta che le cose fossero completamente diverse. Come si fa a essere così stupidi?

Si può essere così,stupidi quando si crede nel prossimo in modo straordinario, quando si crede che le cose possono cambiare, quando si è convinti che in ogni persona, anche in quella più infida, ci sia del buono.  E ci si crede così tanto nelle persone (aziende) da sacrificare il proprio tempo, il tempo passato con i figli, i momenti della maternità più belli che non torneranno mai più, perché si crede nelle persone. Continua a leggere

Le donne erediteranno la Terra

PANDORA

Il vaso di Pandora

Qualche tempo fa mi è capitato di essere invitata a cena in un famoso locale di Milano dove si tengono concerti di musica jazz. Era da tempo che non uscivo ad ascoltare un po’ di buona musica. A dire il vero, era da tempo che non uscivo proprio. La mia vita, assorbita dal lavoro e dai figli, mi toglieva qualsiasi voglia di andare anche solo a vedere online qualche concerto, figuriamoci uscire di casa.

Un amico di Andrea ci ha invitato invita a vedere un cantante americano di passaggio a Milano. Io, solitamente riluttante a uscire, ho accettato di buon grado. Avevo bisogno di staccare, di starmene un po’ sola con Andrea, vedere come stesse il mondo là fuori.

Siamo arrivati molto prima degli altri e per immergerci nell’atmosfera da aperitivo tipicamente meneghina (un’atmosfera stupenda, posso dirlo?) ci siamo accomodati in un localino davanti al teatro e abbiamo sorseggiato due bicchieri di bollicine, con qualche stuzzicheria. Mi sembrava di toccare il cielo con un dito, noi due soli, a dire stupidate (e a parlare inevitabilmente dei bimbi), a stare insieme, con gli sguardi appiccicati, senza distrazioni.

Quello è stato il momento più bello della serata. Più intimo, vero, positivo.

Poi sono arrivati gli amici. Continua a leggere

Ambire al meglio, sempre.

Credevo che sarebbe stato più semplice.

Avere un figlio, anzi due. Credevo che, nonostante tutte le difficoltà che si possono immaginare quando si decide di allargare la famiglia, quella di continuare a poter lavorare non fosse tra queste.

Mio malgrado ho invece riscontrato che non è così.

Una donna, a quanto pare, non è libera di scegliere carriera e maternità, o una o l’altra. Ma sono cose di cui avete già sentito parlare, argomenti ormai noti su cui si sono spesi fiumi di parole e per cui non si è fatto nulla se non, appunto, parlarne, parlarne, parlarne.

Se ne parla ogni santissimo 8 marzo, ogni 10 maggio ( o festa della mamma, la cui data cambia sempre!) e ogni volta che si fanno discorsi di genere, emancipazione, etc..

Festeggiamo le leggi sull’aborto e il divorzio, ma dagli anni 70′ non siamo più riuscite a strappare nessun’altra vittoria.

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