I miei figli, Leonardo e Alessandro

Siete pronti? Io no

Domani è il nostro D-Day. Il grande giorno.

Torneremo a gustare quella (semi) libertà di poter mettere la testa fuori di casa, poter correre o passeggiare anche un po’ più lontano da dove si abita. Si potrà andare in libreria. Portare i bambini al parco. Si potrà rialzare un po’ la testa, dopo averla tenuta sepolta per due mesi.
Sembra un quadro quasi idilliaco. Chi non ha voglia di uscire di nuovo fuori a rivedere le stelle?
Siamo davvero tutti bramosi di mettere fuori la testa? O abbiamo paura?
Io non sono pronta.

Mi sono immaginata questo momento tante volte nelle ultime settimane.
Ogni mattina, sorseggiando il caffè, guardavo il calendario appeso in cucina e contavo i giorni che mi separavano dal 4 maggio. Alzavo le spalle, sospiravo. Manca poco, mi dicevo.

Scostavo le tende della finestra per guardare il solito panorama immobile che si presenta dal balcone della cucina: il cantiere deserto di fronte casa nostra e, più avanti, un cortile residenziale con casette a due piani, balcone e giardino, da dove avrò visto affacciarsi le persone forse una decina di volte in due mesi.

Ripetevo e ripeto quel gesto tutti i giorni. Mi soffermo su quel panorama immobile, sospeso. Come sospesa è stata la mia vita e quella di milioni di persone nel mio Paese per colpa della “bestia incornata”. Lo chiamo così, il virus. Anche se non rende onore alle bestie di questo mondo che non hanno mai fatto del male agli esseri umani, ma il senso di bestia sta nella bestialità con cui ci colpisce, senza ritegno, senza logica ( per noi), senza una coerenza che ci aiuti a capire come cavolo agisce.
Chiamarlo coronavirus gli fa troppo onore. La corona gli dà un senso di regalità che non gli appartiene. Tutto perché ha questa forma a corona, ma per me potrebbero essere anche tante corna messe una dietro l’altra. Per cui, “bestia incornata” mi piace di più. Gli sta meglio.

In questi due mesi in cui la bestia incornata ha contagiato centinaia di migliaia di persone e fatte morire a migliaia, sono stata sospesa. Tra il cielo, quel cantiere, quel cortile e casa mia.

Io in cucina a scrivere, con un’espressione leggermente sconvolta. 😀

Dall’attesa dei primi giorni (no, non ho cantato dai balconi) sono passata a una sorta di stasi in cui mi facevo forza solo concentrandomi sul lavoro che per fortuna non mi è mai mancato. O meglio, me lo sono cercato con così tanta insistenza prima dello scoppio della pandemia che dopo, per coincidenza (ma le coincidenze esistono?) mi si è presentato in diverse forme. E mi ha salvato.

Il lavoro, e la gioia dei miei figli, mi hanno permesso di sopravvivere. Sopravvivere in senso spirituale. Grazie al Cielo (o all’Universo, a Dio, alle Stelle, non so più chi ringraziare), io e la mia famiglia stiamo bene. Ma come tanti italiani chiusi in casa, lo spirito ne ha risentito.

E quando lo spirito ne risente, quando l’energia vitale sembra abbandonarti, occorre aggrapparti a qualcosa che ti faccia risalire. Altrimenti vai giù, giù in quel famoso tunnel di cui parlo spesso, vai giù e se non trovi un appiglio prima di toccare il fondo poi è dura risalire. Per fortuna il tunnel è bello lungo, ci dà tempo di aggrapparci a qualcosa, rinsavire e risalire verso la luce.

Io mi sono aggrappata al mi lavoro di scrittura. A piene mani. Da farmi male alle mani, alle dita, da rovinare i tasti della tastiera del pc. Perché quando tenevo il focus lì, rimanevo ben aggrappata alle pareti del tunnel e, piano piano, risalivo verso la luce.

Capitava di scivolare. Capitavano quei giorni in cui, nonostante il lavoro, sentivo l’energia defluire dal mio corpo. Perdevo l’appiglio. Allora staccavo, provavo a cambiare focus.

Ma niente, non succedeva niente.

Mi ritrovano a fissare la parete del mio salotto o gli alberi fuori casa mia, sempre più rigogliosi, verdi e vivi alla faccia della vita umana che invece soffriva, lottava e moriva. Guardavo gli alberi, e pensavo alla vita e alla morte che mi circondavano. E scendevo giù.

A salvarmi, in quei momenti, sono state le risate dei miei bimbi. Sono quelli della foto principale di questo post, fotografati in uno dei tanti pomeriggi passati sul balcone (non abbiamo il giardino) mentre cercavano di parlare con la piccola vicina che abita a fianco.

Accanto a quella natura rigogliosa che, sfacciatamente, andava avanti nonostante tutto, i miei due piccoli esseri umani di casa se la ridevano, giocavano e vivevano intensamente ogni attimo. La “bestia incornata” per loro era qualcosa di lontano. Il piccolino di 22 mesi, Alessandro, non ha minimamente idea di cosa stia succedendo. Per lui stare a casa h24 con i genitori è gioia pura. Per il grande di 6 anni, Leonardo, la bestia è la causa per cui non può più vedere amichetti dell’asilo (fa l’ultimo anno) e le sue maestre. Ma è sereno comunque, ogni giorno si inventa un gioco.

Giochiamo tanto, in effetti. Prima, prima che arrivasse la “bestia incornata”, io e Leo giocavamo poco. Io troppo indaffarata, alla sera avevo giusto il tempo per farli mangiare, fargli fare il bagnetto, vedere insieme un po’ di cartoni e poi via a letto.
In questi due mesi, invece, ci siamo ritrovati a giocare ogni sera con i suoi super eroi. Io, seduta sul tappeto in cameretta, a a inscenare storie assurde, tipo Thanos che è amico di Hulk e vanno insieme a mangiare il gelato su Urano. Robe da far rivoltare Stan Lee nella tomba.

In questi momenti di gioia e gioco io risalivo il tunnel. Trovavo gli appigli e risalivo verso la luce. Perché i miie bimbi erano li a dimostrarmi che la vita va avanti, che la vita è meravigliosa, nonostante tutto. E che, diciamocelo chiaro e tondo, non mi manca nulla, mi è andata bene, siamo tutti in salute, quindi perché dovrei cadere nel tunnel? Perché se so cosa sono stati questi due mesi in cui la Storia dell’Uomo è stata stravolta in tutti i modi in cui eravamo abituati a conoscerla… non so nulla di quello che succederà da domani.

Questi due mesi sono stati così. Altalene di sentimenti, di discese e salite. Due mesi in cui la mia vita e quella dei miei cari è rimasta sospesa. In una bolla. Dove dentro tutto andava bene, le risate dei bimbi mi davano l’energia giusta per continuare, il lavoro mi teneva impegnata.

Ma le poche volte in cui incontravo la realtà, quando andavo al supermercato a fare la spesa, era un pugno in pancia. Di quelli belli forti.

Ci sono andata poche volte a fare la spesa. Ho quasi sempre mandato Andrea, con piacere.
La prima volta non sapevo come sarebbe stato. Ho preso la macchina tutta contenta. Finalmente uscivo.

Ma già per le strade sentivo che qualcosa non andava. La via era deserta. Le poche persone a passeggio, con mascherina, tenevano la testa china. Le affissioni erano tutte strappate. Al posto della pubblicità, tanti necrologi. Troppi.
La coda fuori dal supermercato in realtà non è durata molto.

Una volta dentro però, sarei voluta scappare via.

Non so come alcune persone abbiano trovato piacere a passare le ore tra le corsie o a trovare scuse per tornare a comprare anche due o tre volte al giorno.
Il supermercato era un girone infernale per me. Forse l’anticamera delle relazioni che ci dobbiamo aspettare? Spero proprio di no. Ma quella prima volta per me è stata scioccante.

Mascherine a testa bassa, silenzio assordante. Momenti imbarazzanti ad aprire il frigo del latte e a fare un passo indietro per evitare di essere troppo vicini all’altra persona che ha aperto il frigo nello stesso momento. “Scusa”, “Figurati”, prendi il latte e scappa via.

Le uova non c’erano quasi mai. Non avevo mai visto gli scaffali delle uova vuoti a metà giornata. A fine giornata sì, ma in tarda mattinata mai. Anche il latte fresco mancava. Ad Alessandro ho dato quello a lunga conservazione per diverso tempo.

L’unico spiraglio di vita era rappresentato dalla ragazza alla cassa, che non risparmiava sorrisi, nonostante la mascherina e nonostante il suo ruolo, tra i più a rischio in questo momento.

Brutta esperienza il supermercato. Quando, quella prima volta, ho rimesso piede in casa, tra
Andrea che suonava la chitarra, i bimbi che urlavano e correvano per la casa, il profumo di soffritto per il sugo che mi arrivava dalla cucina…è stato come arrivare in paradiso.

Mi sono inginocchiata per terra, ho abbracciato i miei bimbi, ho respirato il profumo dei loro capelli. Ho respirato la vita, perché la fuori, per le strade, e anche in quel supermercato, ho sentito solo la morte. La morte dell’anima, non quella fisica. Persone morte dentro che facevano la spesa.

Non vedevo l’ora di tornare a casa.

In questi due mesi, seppur con estrema fatica, mi sono costruita un mio equilibrio, un’oasi “felice” a cui abbeverarmi per sentirmi viva. Là fuori, invece, c’era il rischio continuo di scendere giù nel tunnel. E mi domando perché.

Come vivo io questa situazione, credo che anche altri, come quelli incrociati al supermercato, abbiano in qualche modo raggiunto un certo equilibrio in casa loro. Eppure se mettiamo piede fuori, ci sentiamo morti dentro.

E’ la paura di ricominciare? Chiedo, perché non lo so.

Da domani avrò il coraggio di fare qualche passo in più oltre al mio cortile, avrò la voglia di andare in libreria a comprarmi un libro? Se un cliente mi chiederà di vedersi per parlare di lavoro, avrò il coraggio di salire su un treno o prendere la macchina e andare oltre la strada che in queste due mesi mi portava al supermercato?

Come saranno le relazioni? Come torneremo a fidarci uno dell’altro quando di mezzo c’è la “bestia incornata” che io potrei contrarre da qualcun altro o, viceversa, qualcun altro potrebbe contrarre da me semmai venissi contagiata?

Ogni relazione sarà inficiata da “potrebbe avere la bestia, meglio stare distanti” e non parlo solo della distanza di sicurezza con cui ci hanno scartabellato i neuroni in questi due mesi, ma di distanza morale, spirituale. Perché alla distanza fisica segue anche quella relazionale. Come posso costruire un rapporto di fiducia con una persona di cui possono vedere solo gli occhi, a cui non posso stringere la mano, che non posso “sentire”? Quando parlo con le persone, a una distanza pre-bestia (qualche centimetro?) io le “sento”. Entro in connessione con le persone perché sono vicino.

E vero, anche online può scattare la connessione e in queste settimane di webinar, video interviste e call di lavoro l’ho sperimentato di persona. Ma può essere una parentesi, perché poi la voglia di incontrare fisicamente queste persone c’è. E non è un capriccio. Noi esseri umani abbiamo bisogno del contatto. Contatto visivo (voglio vedere gli occhi, ma anche il naso e la bocca),  contatto fisico, che non vuol dire toccare per forza la persona con cui parlo, ma starle vicino. Tutto questo, per molto tempo, non si potrà più fare.

Come saranno quindi le relazioni, da domani?

Dipenderà tutto da noi, come sempre. Se sapremo adattarci, evolveremo in questa situazione e riusciremo a costruire relazioni anche dietro mascherine e a un metro di distanza. Ma non succederà da domani.

Ci vorrà tempo, impegno, costanza. Ci vorrà la determinazione a tenere alta la testa quando si passeggia con la mascherina, a ridere anche se nessuno vede il nostro sorriso, ma intuisce dai nostri occhi tutto quello che stiamo vivendo. Gli occhi diventeranno il nostro strumento principale per relazionarci agli altri.

E qui casca il bello, perché gli occhi non mentono.

Per i puri di cuore, sarà una passeggiata. Per gli stronzi, potrebbe essere un problema.

La mascherina, nascondendo parte del nostro volto, potrebbe rivelarci la parte più vera di noi, che non è sempre la migliore. Dobbiamo lavorare affinché la parte più visibile sia anche la migliore. Lo dobbiamo fare per noi  e per gli altri.

Così quando arriverà il vaccino e la benedetta immunità collettiva ( “di gregge” non mi piace, fa tanto pecora…) ci toglieremo queste mascherine. E sarà come non averle mai avute.

Nel frattempo, prepariamoci.

Siete pronti per domani?

Io no. Ma ci sto lavorando.

Buon inizio a tutti.

 

 

 

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