Il mondo dopo l’epidemia

Questo è un racconto di fantasia. Ho provato a immaginarmi come potrebbe cambiare la nostra vita nell’epoca post virus. Perché di certo, almeno all’inizio, non potrà essere la normale vita di sempre.

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Oggi mi sono svegliata di corsa. Alle 7:30 ero giù dal letto solo grazie alle urla strazianti di Alessandro dettate dalla fame. “Attone!!! Attone!!!” Lattone, come lo chiamiamo noi affettuosamente. E lui ripete.

Lo prendo in braccio e vado giù in cucina a preparargli il “lattone”. Un biberon colmo di latte fresco, scaldato al microonde, che Ale si beve come se non avesse mai bevuto in vita sua. In estasi.

Guardo l’orologio. Mancano venti minuti alle otto. Devo prepararmi velocemente. Oggi mi tocca uscire, ho un appuntamento di lavoro a cui non posso proprio mancare.

Andrea nel frattempo si alza, sveglia Leonardo, il mio figlio maggiore di 6 anni, e si prende cura di lui, mentre io faccio le corse per prepararmi.

Vesto Ale, io mi preparo in 20 secondi. Giacca di jeans per me, giacchino per Ale. Siamo a giugno, inizia a fare caldo. Prima di uscire controllo il telefonino e mi assicuro che la app “MiMuovo” sia accesa. Da quando sono calate le restrizioni a stare in casa, nessuno può uscire senza aver attivato la app. La mia vicina Giada una volta se l’è dimenticata, l’hanno fermata e le hanno fatto 1000€ di multa.

Mi sincero quindi due volte di averla attivata. Il tampone l’ho fatto ieri, in un’ora è arrivato il riscontro: negativo. Per cui non sono un pericolo per nessuno. Ma là fuori qualcuno potrebbe essere pericoloso per me. Guardo fuori dalla finestra che dà su un canale, colmo di alberi rigogliosamente verdi, nonostante tutto. Nonostante il virus la primavera non si è fermata e beffarda, ha continuato a far sbocciare la vita sotto i nostri occhi che invece vedevano morte ovunque. Il melo bonsai sul nostro terrazzo sta cominciando a dare i suoi primi frutti. Piccole mele, lucide e orgogliose di avercela fatta, anche quest’anno. La Natura è andata avanti, nonostante noi. E continuerebbe ad andare avanti, se dovessimo sparire.

“Uccio, uccio!!”. Ale mi ridesta dai pensieri mentre mi tira per i pantaloni: vuole il ciuccio.

Glielo prendo, insieme alla mascherina per me e per lui.

Ne ho ordinate un pacco da duecento, siamo a metà scatola. Stasera quando torno dovrò ricordarmi di fare un altro ordine. Ci mettono anche un mese ad arrivare. Sono sincera, alle volte uso la stessa per due giorni. So che è inutile a quel punto, ma almeno me le faccio durare un po’ di più.

Sto per uscire di casa. Ma Andrea mi ferma: “Dove stai andando?”. Mi blocco, smarrita. Poi realizzo: devo portare Leonardo all’asilo. Lo posso portare solo io da quando hanno riaperto le scuole.

Le regole sono queste e non ci possiamo fare nulla. Sempre la stessa persona che lo porta e lo riprende. Niente nonni.

Sospiro, pensando che arriverò in ritardo al mio appuntamento in centro a Milano. Ci sarà un traffico pazzesco. Da quando hanno bloccato i mezzi pubblici, a Milano si può andare solo in macchina e per ragioni di lavoro. Se sei un dipendente e non puoi lavorare in smartworking o sei un lavoratore autonomo come me, allora ti lasciano passare. Altrimenti stai a casa. Per fortuna hanno sospeso l’Area C. E i parcheggi sono gratuiti. Per il momento, ma non so fino a quando durerà.

Andrea una volta ci ha provato ad andare a Milano. Doveva incontrare il suo capo. Lo hanno fermato: lavorando come consulente, aveva l’obbligo di stare a casa. Non è che le aziende possono scegliere di farti lavorare in modalità smartworking. Se lo possono fare, lo devono fare. Altrimenti scattano le sanzioni.

Così sia lui, sia la sua azienda, si sono beccati una bella multa da 500€.

Da allora sta a casa piantato. E io giro come una trottola.

Salgo in macchina e sistemo i bambini nei sedili posteriori, sugli appositi seggiolini. Indossano le mascherine, sembrano due piccoli alieni.

Io sembro Alien.

Capelli legati, sguardo stravolto e niente trucco perché tanto la faccia è sempre coperta dalla mascherina e il fondotinta la sporcherebbe. E poi a giugno fa un caldo bestiale, sudo solo a indossarla.

Do un’occhiata nello specchietto retrovisore all’alieno che sono diventata. Quanto durerà? Quanto dureremo? Il virus ha cambiato tutto. Per sempre. Migliaia di morti, migliaia di persone che hanno perso gli affetti da un giorno all’altro. Città intere diventate epicentro di questa catastrofe senza ancora una spiegazione scientifica valida. Ricercatori, medici, scienziati stanno ancora cercando spasmodicamente il vaccino. Ma a maggio, due mesi circa dopo lo scoppio dell’epidemia, ci si è resi conto che i tempi sarebbero stati biblici e che non si poteva chiudere in casa la gente per sempre.

Da qui queste misure draconiane. Mi sembra di vivere in un film di fantascienza, un episodio di Black Mirror ambientato durante un’epidemia. Gli autori di quella serie non avranno difficoltà a sceneggiare nuovi episodi, la realtà intorno a loro è colma di esempi. Purtroppo.

Un “bip” mi segnala che “MiMuovo” si è accorto che mi sto, appunto, muovendo. Questa app segnala tutti i miei spostamenti e rileva le persone con cui sono stata a contatto. Se parlo attivamente con qualcuno (familiare, collega, amico, etc..) entrambi lo dobbiamo segnalare agganciando i nostri dispositivi con il Bluetooth. La tecnologia oggi sarebbe in grado di rintracciare i miei movimenti anche senza queste app, ma così ci responsabilizziamo tutti e diamo comunque informazioni più dettagliate. Questa app può inoltre consentire facilmente di risalire alle persone che sono state in contatto con me, nel caso fossi positiva. E se fossi positiva, le autorità sanitarie lo segnalerebbero subito alla app. Così se me ne vado in giro con il virus, in poco tempo le autorità lo saprebbero. Si rischiano 20 anni di carcere.

La privacy è morta, insieme alle migliaia di morti che si è portato via il virus. Questa è una libertà di cui per un po’ dovremo fare a meno, anche se mi domando se prima del virus ne godessimo davvero.

Metto in moto la macchina, non prima di aver dato un’occhiata ai miei due piccoli alieni: anche se hanno la mascherina, si intuisce che stanno sorridendo. Hanno passato due mesi reclusi in casa, uscire anche solo per andare all’asilo o dalla nonna, per loro è motivo di gioia immensa.

Alessandro e Leonardo sono stati le nostre ancore di salvezza. Per me e Andrea. Nei due mesi di reclusione forzata in casa, tra mille faccende da fare e il lavoro da portare avanti, mi sono spesso chiesta come avrebbero potuto resistere le persone sole a casa.

Giovani e vecchi, non importa: se sei segregato tra quattro mura e puoi parlare con il resto del mondo solo tramite video, come vai avanti? Niente baci, abbracci, niente guerra dei cuscini, niente cucina sporca per sfamare un esercito, niente giochi per terra e acquerelli che ti colorano tutte le pareti di casa. Niente liti con nessuno, niente risate. Solo la tua eco che riecheggia in quelle mura.

E una videochiamata è solo un timido palliativo.

Siamo essere umani fatti per le relazioni, per toccarsi, abbracciarsi, parlarsi da vicino, guardarsi negli occhi. Io sono stata chiusa in casa con Andrea e i miei due figli, un delirio assoluto, ma mi sono sentita viva, sempre. E Alessandro e Leonardo, portatori sani di gioia, capaci di ridere per aver visto una pianta fiorire o aver sentito gli uccellini cantare al mattino, ci hanno aiutato a capire che la vita è più del virus, che la speranza deve per forza vincere, che noi esseri umani siamo altro oltre alla paura. I bimbi ci hanno salvato.

Mentre mi immetto sulla strada principale faccio mente locale: i nonni hanno fatto il tampone lunedì e sono negativi. Devono farlo una volta a settimana se rimangono in casa e ogni volta che escono, se devono recarsi in posti affollati (per motivi eccezionali). Questa regola vale per tutti.  Al momento non si è trovato un altro modo per controllare l’evoluzione del contagio.

Approfitto del semaforo rosso per controllare se in borsa ho il kit per il tampone. È un dispositivo tecnologico che permette di avere il risultato in un’ora: si passa il cotton fioc in bocca e poi si inserisce in questa sorta di scatoletta che, immagino, al suo interno analizzi il campione. Sul piccolo display compare un unico agghiacciante simbolo: più o meno. Stasera a casa lo userò.

Arrivo da mia suocera. È il momento di lasciare il piccolo Ale, che sprizza gioia dai suoi occhioni che spuntano dalla mascherina. Giocare nell’orto della nonna per lui è il paradiso.

Saluto mia suocera con un cenno della mano, ci scambiamo un paio di battute. A distanza.

La distanza di sicurezza è il modo più sicuro per proteggerci. Ce lo hanno ripetuto nei mesi di reclusione, ma il mantra vale anche adesso e varrà ancora per chissà quanto tempo.

Non so più cosa vuol dire abbracciare qualcuno. A parte i miei figli e Andrea, ho messo tra me e il resto dell’umanità un buon metro di distanza.

Mentre salgo in macchina per accompagnare Leo all’asilo, mi cade lo sguardo su un sassolino colorato che giace solo sul sedile del passeggero. E’ rosso scuro, intenso. L’ho raccolto con Leo l’ultima volta che siamo andati a Genova dai nonni, il sabato prima.

Siamo andati al mare. Il mare. C’è qualcosa di più bello da vedere dopo mesi di “Prigionia”? No. Nulla è più liberatorio del mio mar ligure. Nulla. Una distesa blu, con il suono delle onde che riecheggia intermittente, il vento salato che scompiglia i capelli. E le lacrime che scendono copiose dai miei occhi. Perché per molto tempo ho creduto che non lo avrei potuto rivedere mai più.

Il mare, la mia città, la mia famiglia. Mai più.

Prendo in mano quel sassolino, me lo porto al naso. Sento ancora l’odore del mare e del sale.

“Dammelo! Dammelo!”, Leo si agita appena vede quello che ho in mano. Mi tende la mano per prenderlo. Quelle poche volte che andiamo dai nonni, ne prende qualcuno in riva al mare e li mette in un contenitore di vetro che tiene in camera sua. Un ricordo costante dei nonni e del mare, che vede troppo poco.

Ripenso a quando andiamo a trovare i miei in Liguria, facendo sempre attenzione a non abbandonarci a effusioni. Con i nipotini i miei genitori infrangono qualche regola, tenendoli per mano.  E qualche volta scappa un bacio, sulla testa.
Ma io rimango a distanza. Vorrei abbracciarli entrambi, ma non posso. Loro mi guardano sperando di incontrare un moto di cedimento, ma io resisto. Per me e per loro. Il vaccino ci libererà da questo tormento?

Smetto di pensare, sono in ritardo. Rimetto in moto la macchina, saluto con la mano Alessandro e mia suocera e riparto per portare Leonardo all’asilo.

Altro inferno. Fuori dalla scuola c’è il solito cartello:

“Disinfettare le mani del bambino prima di entrare. Fare indossare le ciabattine”.

Le ciabattine. Eh già, visto che non si sa bene se il virus rimanga o meno sotto la suola delle scarpe, per sicurezza i bimbi devono lasciare a chi li porta le loro scarpe e indossare le ciabattine di gomma fornite dall’asilo, sterilizzate ogni giorno. Siamo tornati anche a indossare il grembiule, anche quello lavato e sterilizzato ogni giorno e indossato a scuola. Gesti ripetitivi e stancanti, a cui mio figlio comunque si sottopone ormai con rassegnazione, ridendo e scherzando con gli altri compagni che affrontano la stessa routine, più stoici di noi genitori.

Do un bacio a mio figlio che scappa via verso la sua classe. Per lui è tornata un po’ di normalità. I bimbi a scuola non indossano mascherine. Le maestre e le bidelle sì. Nessuna prende in braccio i bimbi come succedeva prima. Nessuna li prende per mano. E loro, i bimbi, si adeguano. Perché hanno una capacità di adattamento molto superiore a quella di noi adulti.

Vedo Leo che si mette in fila, rigorosamente a “cinque passi” di distanza dai suoi compagni, un modo per provare a segnare un metro di distanza, ma non credo sia davvero un metro. Tra poco, in questa fila indiana distanziata, entreranno in classe. Dove, su banchi anche questi distanziati, faranno le loro attività.

Scappo via e mi rimetto in macchina. Più tardi dovrò venire a prenderlo, devo sbrigarmi. I nonni ovviamente alle scuole non si possono avvicinare. Le persone over 60 devono rimanere in casa e uscire solo ed esclusivamente per ragioni di salute o per emergenze, tutte da certificare. La spesa devono demandarla a figli o parenti o a una rete di volontari gestita dal Comune e che ha come compito quello di assistere gli anziani soli a casa per tutte le faccende.

Non è facile vivere così. Noi “giovani” iperattivi, loro, che vorrebbero essere iperattivi, vivono invece isolati.

Mia suocera mi tiene il bambino, sottoponendosi a un certo rischio. Ha un sistema immunitario che credo potrebbe vaporizzare il virus ancora prima che questo entri nei suoi polmoni, ma in ogni caso mi rendo conto che si sta esponendo. Come lei, altri nonni in Italia si stanno in un certo modo sacrificando. Ma sono monitorati costantemente dai loro medici di famiglia. Quindi siamo sereni. Per il momento. Mio suocero è un po’ più delicato e infatti cerca di non prendere in braccio mio figlio, anche se è dura non toccare un pargoletto di 20 mesi che ti gira intorno e ti tende le braccia continuamente.

È un inferno anche per loro. Ma è meno inferno rispetto a prima, quando eravamo tutti costretti a rimanere in casa senza vedersi per settimane.

Mentre mi immetto nella strada principale verso Milano, penso, come faccio ormai costantemente, a quando tutto questo finirà. Ci sarà un “giorno zero”, da cui potremo ripartire, senza timore della vicinanza?

La radio non la sento più. Fa troppo male. Ho smesso anche di leggere i quotidiani. Leggo solo riviste scientifiche. I contagi stanno calando, ma le morti continuano, seppur in diminuzione. Esperti, virologi e ricercatori fanno a gara a chi azzecca la previsione di quando tutto finirà, e io onestamente non ho più voglia di ascoltarli. Dovrei farlo, perché sono giornalista e scrivo di medicina, ma ultimamente preferisco concentrarmi sui fatti, lasciando fuori elucubrazioni ed esercizi di stile che non servono a nessuno.

Ferma in coda guardo la gente che cammina sul marciapiede. Un nugolo di umanità che prova a riprendere in mano la propria vita. Mascherine a passeggio, fantasmi delle persone che sono state. Chissà se qualcuno sorride o piange dietro quelle mascherine. Tutti a testa bassa, si ha paura persino a incrociare lo sguardo altrui. I negozi finalmente sono aperti, fuori si forma un capannello di tre o quattro persone che devono aspettare per poter entrare.

Soldati dell’esercito vigilano per evitare che si formino assembramenti in qualsiasi luogo.

Domenica scorsa avrei voluto andare al parco, ma ho desistito ancora prima di arrivarci. Un soldato ci è venuto incontro e ci ha fatto segno di no con la testa. Ok, anche per questa domenica ce ne stiamo in terrazza a casa.

L’estate è alle porte e credo che sarà un inferno avvicinarsi a una spiaggia. Ci faremo l’estate a casa e magari ad agosto, quando le città comunque un po’ si svuoteranno, avremo i parchi tutti per noi. Lo spero.

Entro finalmente a Milano, il traffico è pazzesco. Ho appuntamento vicino Cadorna. Trovo facilmente parcheggio grazie a una signora che prontamente mi lascia il posto. Un miracolo.

Mi dirigo verso un bar della zona. Anche quelli hanno riaperto, con le solite restrizioni.

Una guardia all’entrata ( di quelle private però, non un soldato) mi fa cenno di aspettare. Attendo un paio di minuti, escono due persone. Posso entrare.

Il mio appuntamento, un medico che ha voglia di raccontarmi la sua storia nel reparto di terapia intensiva di una grande ospedale milanese, mi sta aspettando seduto ad un tavolino, in fondo al bar.

Di tavolini ce ne sono pochi e sono tutti distanziati di almeno un paio di metri. Al bancone non c’è nessun cliente. Non si può servire al bancone, ma si può prendere il caffè messo sul bancone e berlo ai tavoli “mangia in piedi” o ai tavolini dove ci si può sedere. Massimo due per tavolo. Sempre a distanza.

La matematica della socialità ai tempi del coronavirus è snervante. Sempre a fare i conti con i metri, con i coperti massimi da poter occupare, con il numero delle persone in coda al supermercato.

Prima di sedermi ordino un caffè. La ragazza dietro al bancone, armata di mascherina in tinta blu come il cappellino (ma dove l’ha trovata??) mi sorride e si gira subito verso la macchinetta del caffè. Dieci secondi dopo mi porge la calda tazzina. Direttamente dalle mani. Le faccio cenno di metterla sul bancone.  Mi chiede scusa e mette il caffè sul bancone. Riprende il suo lavoro, girandomi le spalle.

La distanza è snervante. Se poi sei abituato a lavorare con il pubblico, in un locale pubblico, credo che sia inconcepibile. E allora ogni tanto porgi il caffè al cliente facendo finta di dimenticarti che non puoi farlo, sperando che anche il cliente si dimentichi che non deve prenderlo dalle mani, e che in quella confusione ci possa essere un minimo contatto, una scintilla. A confermare che siamo vivi, che non siamo automi.

Perché il contatto è tutto. Ci definisce come animali sociali, ci tempra, ci dà le energie giuste per continuare. Ci fa sentire vivi, in questa epoca di post coronavirus dove siamo tutti un po’ morti.

Porto il mio caffè al tavolino, dove siede il medico che ha già consumato il suo e mi guarda indossando la solita mascherina. Qualche battuta per sciogliere la tensione, poi abbasso il mio bavaglio per bere il caffè, mentre lui intanto mi racconta la sua storia.

Avrei potuto chiamarlo al telefono, ma oggi ho deciso di rischiare. Ho deciso di prendere la macchina e mettere la testa fuori dal triangolo della mia vita che è diventato il tragitto casa-suocera-asilo. Se non troviamo il coraggio di mettere la testa fuori e rimaniamo impauriti davanti allo schermo di un pc, avrà vinto Lui, il virus.
Siamo in guerra contro un nemico potente e invisibile che non aspetta altro che un momento di debolezza per annientarci. L’umanità si risolleverà, i giovani riusciranno a tenerlo a bada mentre gli anziani saranno salvaguardati. Me lo ripeto ogni giorno.

Anche adesso provo a ripetermelo, ma un bip dalla mia borsa mi desta dai miei pensieri: la app “MiMuovo” mi sollecita a mettere in connessione il mio dispositivo con quello del medico che sto intervistando. Mi accingo a farlo, ma il telefono inizia subito a emettere un suono diverso, più forte. E sento anche altri telefoni suonare allo stesso modo. Guardo lo schermo, dove compare  il nome e la foto di una persona che non conosco, con un’indicazione in rosso che mi segnala che si trova a due metri da me.

A due metri da me ci sono altre persone. Rimaniamo tutti immobili, perché sappiamo cosa significa quel messaggio. Alzo lo sguardo dallo schermo e vedo un uomo, vicino al bancone del bar mentre, incurante dei bip che stanno assordando tutta la sala, e molto somigliante al tizio della foto, prende dalle mani della barista un cappuccino fumante. In un attimo arrivano nel locale due poliziotti che circondano l’uomo.

La barista scappa nel retro, l’uomo si abbassa e mette le mani dietro la schiena. I poliziotti lo portano via. Succede tutto in silenzio. Quell’uomo è positivo al coronavirus. Se lo sa la app, lo sa anche lui. E non dovrebbe trovarsi in un bar.

Metto giù la tazzina di caffè che stavo bevendo. Non mi va più.

Mi alzo, saluto il medico e gli dico che lo chiamerò più tardi al telefono. Anche lui si alza per andarsene, così come tutti gli avventori del bar.

Scappo in macchina. Faccio il tragitto inverso per tornare a casa, molto lentamente perché le braccia mi tremano e non riesco né a guidare né a respirare. Mi fermo a metà strada, parcheggio in un’area di sosta.

Mando un messaggio ad Andrea dicendogli che farò tardi. Poi, con le mani che non smettono di tremare, tiro fuori dalla borsa il kit con il tampone.

Lo eseguo. Poi lo rimetto in borsa. Ho un’ora di tempo prima di vedere il risultato.

Prendo il telefono e il pc portatile e chiamo il medico che avevo lasciato poco tempo prima al bar per terminare l’intervista. Cerco di calmarmi, ma anche la voce trema. Il medico mi rassicura.

Ero distante da quell’uomo, non può essere successo nulla.

Vero, ma io continuo a tremare lo stesso. E realizzo che tutti i miei propositi di uscire, andare a Milano e rischiare, sono evaporati. Sono di nuovo davanti lo schermo di un pc. Chiusa in macchina, con le mani tremanti, il terrore di tornare a casa e un tampone in attesa di analisi chiuso nella borsa.

Anche oggi ha vinto Lui.

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La banalità del bene

Il bene può essere banale? Direi di no. O forse sì? Forse, quando si esagera con il voler vedere per forza tutto positivo, sempre e comunque, alla fine si banalizza quello che in realtà dovrebbe essere un concetto, un punto di arrivo, un atteggiamento che si raggiunge con sforzo, dedizione, accettando sconfitte, cadute, perdite, fallimenti. Perché solo dal buio si può rinascere e apprezzare la luce.

Vivere costantemente nella luce non è possibile. E chi si sforza di farlo, alla fine darà la luce per scontata.

Siamo arrivati ad un momento storico in cui tutto è bene, tutto è bello, be positive, good vibes always.

Viviamo una Società in cui essere tristi, depressi, giù di corda, è un comportamento stigmatizzabile.

E pensare che il detto KEEP CALM AND GO ON fu coniato dal governo britannico durante la seconda guerra mondiale per tirare su il morale dei cittadini. Beh, direi che avesse un senso.

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Etty Hillesum

La sostenibile leggerezza dell’essere

Da qualche tempo ho ripreso a leggere libri in modo continuativo. Leggo di tutto, ma mi sto interessando anche alle autobiografie, i racconti sotto forma di diario che non descrivono semplicemente i fatti temporali di un’esistenza, ma ne scavano l’anima, tirando fuori emozioni, pensieri, fissando sulla carta momenti indelebili che in qualche modo hanno segnato quella vita.

Mi ci tuffo in questi libri, per ritrovare il filo dell’essenza umana, del comun sentire. Mi immergo in queste storie e trattengo il respiro, per vedere se c’è vita oltre a quello che mi offre la Società ogni giorno, sempre più vuota, sempre più leggera, sempre più effimera.

Ho letto “Diario – 1941 – 1943”, la raccolta delle lettere scritte da Etty Hillesum, olandese di origine ebraica morta non ancora trentenne nei campi di concentramento. Con questa premessa chissà a quale tipo di libro state pensando: angosciante, triste, soffocante. Non è niente di tutto questo. Semmai angosciante e triste è la Società di oggi, in cui Etty si sarebbe trovata malissimo, ne sono convinta.

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Sbotti di fine anno

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Come ogni anno, il 31 dicembre mi ritrovo a tirare le somme dell’anno che sta per concludersi.
Non è vero: Io le somme le tiro tutti giorni. Vivo con le somme della mia vita, peso la mia esistenza ogni sera prima di andare a dormire e ogni mattina, appena sveglia. Nel mezzo, vivo.

Ma oggi, più che mai, sento forte l’esigenza di tracciare una linea netta con ciò che è stato e con ciò che non sarà più. Il 31 dicembre è un giorno pesante, per me. Un giorno che passo guardando ai 364 giorni passati, cercando di capire cosa ho sbagliato e cosa è andato bene, cosa posso salvare e cosa invece devo assolutamente dimenticare, cancellare, buttare nella discarica dei ricordi perduti, per dirla come la direbbero le emozioni di Inside Out (solo gli esperti capiranno 😉).

Potrei fare una lista delle cose che sono andate bene e di quelle che sono andate male, ma non basterebbe un blog per spiegarle tutte e non voglio massacrarvi l’animo l’ultimo giorno dell’anno.
Chiudo il 2019 con una consapevolezza, che racchiude sia le esperienze belle sia quelle brutte.

Il lavoro è sacro, ma non ne vale la pena.

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La Signora Nessuno

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Ogni mattina, prima di salire sul treno che mi porta in ufficio, prendo il caffè al bar della stazione. Si tratta di un localino piccolo, ma ben tenuto. E sempre pieno di gente che va e viene, che prende un caffè di corsa per non perdere il treno, mangia al volo un panino, prende al volo una spremuta. Al volo, di corsa, sempre.

Anche io corro sempre. Le rare volte in cui arrivo con qualche minuto di anticipo, mi piace però prendere il caffè seduta ad uno dei graziosi tavolini del bar. Dietro al bancone trovo sempre due donne, una sui vent’anni, l’altra verso i cinquanta.

Raramente dedico loro più di un sorriso o un grazie, senza non notare la loro costante allegria, gentilezza e voglia di sorridere che, onestamente, non so come facciano ad avere alle 7 del mattino. Sorridono nonostante intorno a loro di sorrisi ce ne siano pochi. O siano sfuggenti, di cortesia, come il mio.

Avventori che a malapena chiedono “per favore” prima di fare l’ordinazione, che a malapena alzano lo sguardo su chi li sta servendo, che a malapena sfoggiano un sorriso. Figurarsi chiedere a quelle due donne come stanno.

 O come si chiamano.

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Quella voglia di essere salvata

Quella voglia di essere salvata

Viviamo in un’epoca in cui i ruoli di uomini e donne si stanno gradualmente allineando, dove l’uomo è sempre più presente in casa e la donna riesce sempre di più a ritagliarsi degli spazi per fare carriera, con figli al seguito. C’è ancora molto da fare sul fronte della vera emancipazione, ma non è di questo che voglio parlare.

Parlo degli effetti collaterali dell’emancipazione.

Nella mia vita ho sempre cercato di essere indipendente, nel pensiero e nella vita pratica: felice con me stessa e senza far dipendere la mia felicità da altri individui (a parte i figli, ma questa è un’altra storia) ed autonoma nella vita di tutti i giorni con un lavoro che mi possa mantenere e grazie al quale non devo dipendere economicamente da nessuno.

Due grandi conquiste. E lo sono, a tutti gli effetti. Qui effetti collaterali non ce ne sono.

Ma parlo del rapporto con l’altro sesso, con l’uomo nel mio caso. Con il mio compagno, padre dei miei figli e che amo infinitamente.

Sono sempre stata così portata alla mia indipendenza e alla mia autonomia, da avergli fatto terra bruciata.

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Dieci anni dopo (seconda parte)

io e Leo

L’ho detto che la mente è strana. Alla mia poi hanno dato la laurea honoris causa per la stranezza. Passo una giornata a convincermi da sola di alcune cose, e il giorno dopo lo spendo a ripensare completamente a quello di cui ero così convinta. Una continua altalena di pensieri, emozioni, convinzioni. Come si fa a vivere così?

Ho concluso il post precedente dicendo che, tornando in quel posto di lavoro da cui ero scappata qualche anno prima, ho dato inizio alla mia fine. Un po’ forte come espressione, ma vera, in un certo senso.

Anche perché non saprei come altro definire tornare in un posto di lavoro che mi aveva avvelenato, convinta che le cose fossero completamente diverse. Come si fa a essere così stupidi?

Si può essere così,stupidi quando si crede nel prossimo in modo straordinario, quando si crede che le cose possono cambiare, quando si è convinti che in ogni persona, anche in quella più infida, ci sia del buono.  E ci si crede così tanto nelle persone (aziende) da sacrificare il proprio tempo, il tempo passato con i figli, i momenti della maternità più belli che non torneranno mai più, perché si crede nelle persone. Continua a leggere

Dieci anni dopo

Quest’anno sono dieci anni dal mio viaggio in Australia. Che poi non è stato un viaggio turistico, è stata un’esperienza di vita. La più importante della mia vita. Un’esperienza che mi ha cambiato, mi ha stravolto, ha segnato uno spartiacque tra la vecchia e nuova Angelica.

Ho già raccontato nelle pagine di questo blog cosa hanno significato per me quei 18 mesi, da giugno 2009 a dicembre 2010.

Ma che cosa è successo dopo, quando sono tornata?

Ho cambiato lavoro cinque volte, ho incontrato Andrea, sono diventata mamma di Leonardo e Alessandro, mi sto avvicinando ai 40 e ancora non ho ben capito cosa voglio fare da grande.

O meglio, un’idea di massima ce l’ho in testa, ho chiarito tanti dubbi che mi affossavano la mente, ma ho passato anche intere giornate a chiedermi perché. Che invidia mi fanno le persone che hanno già tutto chiaro, che hanno ben definito davanti a loro il cammino. Che fin dalle elementari sapevano che avrebbero fatto gli avvocati e quello sono diventati.

Non sto scherzando. Io li invidio davvero questi individui che hanno una visione così chiara sulle cose. Continua a leggere

Le donne erediteranno la Terra

PANDORA

Il vaso di Pandora

Qualche tempo fa mi è capitato di essere invitata a cena in un famoso locale di Milano dove si tengono concerti di musica jazz. Era da tempo che non uscivo ad ascoltare un po’ di buona musica. A dire il vero, era da tempo che non uscivo proprio. La mia vita, assorbita dal lavoro e dai figli, mi toglieva qualsiasi voglia di andare anche solo a vedere online qualche concerto, figuriamoci uscire di casa.

Un amico di Andrea ci ha invitato invita a vedere un cantante americano di passaggio a Milano. Io, solitamente riluttante a uscire, ho accettato di buon grado. Avevo bisogno di staccare, di starmene un po’ sola con Andrea, vedere come stesse il mondo là fuori.

Siamo arrivati molto prima degli altri e per immergerci nell’atmosfera da aperitivo tipicamente meneghina (un’atmosfera stupenda, posso dirlo?) ci siamo accomodati in un localino davanti al teatro e abbiamo sorseggiato due bicchieri di bollicine, con qualche stuzzicheria. Mi sembrava di toccare il cielo con un dito, noi due soli, a dire stupidate (e a parlare inevitabilmente dei bimbi), a stare insieme, con gli sguardi appiccicati, senza distrazioni.

Quello è stato il momento più bello della serata. Più intimo, vero, positivo.

Poi sono arrivati gli amici. Continua a leggere

Ambire al meglio, sempre.

Credevo che sarebbe stato più semplice.

Avere un figlio, anzi due. Credevo che, nonostante tutte le difficoltà che si possono immaginare quando si decide di allargare la famiglia, quella di continuare a poter lavorare non fosse tra queste.

Mio malgrado ho invece riscontrato che non è così.

Una donna, a quanto pare, non è libera di scegliere carriera e maternità, o una o l’altra. Ma sono cose di cui avete già sentito parlare, argomenti ormai noti su cui si sono spesi fiumi di parole e per cui non si è fatto nulla se non, appunto, parlarne, parlarne, parlarne.

Se ne parla ogni santissimo 8 marzo, ogni 10 maggio ( o festa della mamma, la cui data cambia sempre!) e ogni volta che si fanno discorsi di genere, emancipazione, etc..

Festeggiamo le leggi sull’aborto e il divorzio, ma dagli anni 70′ non siamo più riuscite a strappare nessun’altra vittoria.

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Non è un mondo per mamme

Sono talmente angosciata da aver ripreso a scrivere sul blog, su cui non mettevo piede (anzi, mani) da due anni. Il motivo è semplice: ho letto la storia di questa donna e ancora prima che uscisse l’articolo incriminato, i cui autore e titolista (ammesso e non concesso che siano la stessa persona) dovrebbero essere immersi nel Tevere giusto una quindicina di secondi per vedere se qualche neurone si riattiva nel loro minuscolo cervello, dicevo prima di leggere questo articolo e rimanere sgomenta, ho letto la storia di questa donna. E non è stato lo sgomento il primo sentimento provato. Né rabbia, né tristezza.

La prima cosa che ho provato è stata comprensione.

Non so cosa l’abbia letteralmente spinta a fare quel salto, con le sue bambine. Quale ultimo pensiero, frase, immagine, situazione l’abbiano spinta a scegliere l’opzione più dura per tutte e tre. Quale fenomeno le ha fatto dire “Adesso basta, non ne posso più”. Non lo sappiamo, nessuno lo sa.

E non so se fosse davvero sola o se forse, benché circondata dagli affetti, nessuno si sia accorto fino in fondo la sua sofferenza. Perché una mamma, se c’è una cosa che sa fare molto bene, è nascondere la fatica, le lacrime, la depressione e tirare fuori sempre un sorriso, una parola buona, un “non ti preoccupare, va tutto bene” per non fare preoccupare nessuno, per far vedere che si è forti, sempre e comunque. Continua a leggere

Non sono una mamma perfetta

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Da qualche mese, anzi forse di più…forse da quando è nato Leonardo non ho smesso un attimo di osservare cosa facessero le altre mamme, per capire cosa dovevo fare io (si impara da chi ha più esperienza no? :-)) ma soprattutto per capire se quello che facevo avesse senso.

La prima volta che ho capito di non essere una madre perfetta ma anzi di essere milioni di anni luce da questo obbiettivo è stato praticamente fin dal primo giorno, quando ho cercato con insistenza di far dormire Leo da solo. Perché i manuali e le mamme perfette ti dicono che bisogna fare così, guai a farlo dormire nel lettone, madre sciagurata che poi si abitua…nel mio cervellino dopo questa frase arrivava il tranchant “E quindi? Che cosa pensi possa succedere?” che già allora avrebbe dovuto farmi capire che mi stavo affliggendo per nulla, ma io, volenterosa neomamma che si era studiata tutti i manuali arrivando pure a leggere “Fate i Bravi” di Tata Lucia (per dirvi come ero messa) sono andata avanti lo stesso a fustigarmi…

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Mamme di oggi e di ieri…

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Quanto è difficile essere madre. Ci provo eh, faccio del mio meglio, ma nonostante i mille sforzi, nonostante i mille sorrisi e gli abbracci di mio figlio io arrivo sempre a fine giornata con lo stomaco massacrato dai sensi di colpa.

Poi mi domando com’è che soffro di gastrite…

Siamo brave noi mamme con i sensi di colpa. I sensi di colpa sono i nostri migliori nemici e amici. Sempre presenti, a ricordarci che sì, stiamo facendo bene, ma potremmo fare meglio. Che sì, oggi abbiamo giocato con il figlio, ma non eravamo troppo entusiaste o energiche… perché si lavora troppo? Tutte scuse, ci dicono i sensi di colpa, tutte scuse. Continua a leggere

“Codardi”

 

Preoccupazione

Qualche tempo fa ho assistito a un fatto un po’ particolare, che mi ha sorpreso talmente tanto da aver dovuto aspettare un po’ di tempo per elaborarlo e poi scriverlo.

In un caldo pomeriggio di maggio mi sono recata in Posta con mio figlio. Sì, lo so, non è una grande idea portarsi un bimbo di due anni in Posta, ma lo vedo poco e quindi anche a costo di scoppiarci qualche ora in fila agli uffici postali noi dobbiamo stare vicini vicini. Mi sono portata l’Ipadde (come chiama Leo L’Ipad) biscotti, acqua, fazzoletti, insomma tutto il necessaire che di solito si usa per andar e in giro, io me lo sono portato in Posta. Ero pronta per la “guerra”.

In realtà c’erano tre persone. Mai successo.

Due di loro erano già appostati agli unici due sportelli aperti, solo due su cinque. Ma visto l’esiguo pubblico, andava bene.

Seduti in attesa c’eravamo io, Leolino e, due sedie più a destra, una signora vestita tutta di nero.

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Il Signor Politicamente Corretto, il male del secolo.

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Basta, non ne non ne posso più.

Siamo nel 2016, un’era in cui esprimere la propria opinione dovrebbe essere normale e rispettato e invece no, no, no. Si sta tornando indietro, anzi no si sta andando verso una nuova concezione dell’espressione dei pensieri, che ormai non possono più essere diversi ma devono tutti confluire verso un unico grande fiume, il fiume del Signor Politicamente Corretto. Altrimenti rischi l’isolamento e la stigmatizzazione perenne.

Ho deciso di umanizzare il concetto per spiegarlo meglio, così gli ho dato il titolo di Signore Politicamente Corretto ( e sono stata fin troppo gentile :-)).

Visivamente, è quell’omino che sta massacrando il cervello del signore che vedete nell’immagine.

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Il problema non è diventare grandi, ma dimenticare..

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Vi do qualche indizio: la frase del titolo appartiene a uno dei capolavori della letteratura moderna, tanto amato dai bambini ma che tutti gli adulti, anzi soprattutto gli adulti, dovrebbero leggere.

Perché me ne esco con questo pippone? Perché vi voglio illuminare la settimana 🙂

Scherzo. O meglio, se sortisce questo effetto, sono contenta.

Questa bellissima frase che ho messo come titolo e che ho letto ormai decine di volte nella mia vita, mi ha dato il pretesto per scrivere qualcosa che nasce solo da miei considerazioni personali, o meglio dalle ore (quando riesco) passate a guardare mio figlio, Leonardo. Un piccolo uomo che da 21 mesi ha illuminato la mia esistenza. Ma è banale ridurre tutto a una frase del genere. Certo che i figli illuminano l’esistenza, vorrei ben vedere.

Leonardo però ha fatto molto di più: è stato, ed è, un piccolo maestro di vita. Un inconsapevole insegnante di emozioni. Mi ha insegnato una cosa che avevo smesso di fare da tempo. Sorprendermi. Continua a leggere

Quella voglia di tornare a casa

homesickRieccomi qui, a pochi giorni dalla fine di questo 2015, con la voglia di scrivere e la solita lista di buoni propositi: uno di questi è quello di aggiornare un po’ più spesso questo blog, perché dopo questi primi 20 mesi da mammatroppopresaperfarealtro ho di nuovo voglia di scrivere.

L’assist per ricominciare me l’hanno data alcune email ricevute poco tempo fa. L’ultima è di una ragazza che vive e lavora in Scozia da qualche tempo.
All’inizio tutto bene, poi ha cominciato anche lei, come è successo a me in Australia, a sentire qualcosa che non andava. Qualche scricchiolìo.

Il vento che cambia, la sensazione che qui sì, è tutto bello, ma manca qualcosa, oppure no, il posto va bene, ma sei tu, che ti ci sei catapultata dentro per mille motivi e per altri mille motivi sperasse andasse bene, che a un certo punto non ti ci ritrovi più. Questa ragazza mi chiede cosa deve fare, non ha il coraggio di parlarne con i suoi, non sa che fare e pensa di essere unica o quasi a sentirsi così. Ho provato a risponderle.

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L’immigrato, questo sconosciuto

immigrazione Italia

Buongiorno. Per tornare a scrivere non potevo scegliere argomento più scottante, ma è stato più forte di me. Ho un groviglio nello stomaco che sta crescendo ogni giorno a causa di questa cosa, ieri sera non ho toccato cibo. Mentre davo da mangiare al piccolo Leo rimuginavo su questo, mancando qualche volta la sua bocca con il cucchiaino e suscitando le sue proteste. Alla fine l’ho fatto mangiare da solo e ci ha dato dentro con le sue manine, tutto sporco e contento.

E io ho continuato a pensare. Ora voi mi direte, ma non hai altro da fare? Giusto, ma la testa non comanda lo stomaco in questi casi per cui, l’unico modo che ho per farmi passare “la gastrite da pensiero insistente” (come la chiamo io) è scrivere. E’ terapeutico.

Probabilmente quello che scrivo è la scoperta dell’acqua calda, ma mi farebbe piacere sapere cosa ne pensate 🙂

Il titolo del post potrei usarlo in riferimento a qualsiasi immigrato. L’Italiano che va in Australia o quello che è partito nei primi decenni del secolo scorso alla volta degli Stati Uniti…oppure l’immigrato che sbarca ogni giorno sulle nostre coste. Ma sono immigrati diversi, completamente diversi. Continua a leggere

Come promesso….

Rieccomi qui…..come state?

Vi ricordate ancora di me? Ehilà….c’è ancora qualcuno che legge qui? 🙂

Speriamo di non avervi persi tutti!

E’ passato più di un anno, avete ragione.

Sono diventata mamma di uno splendido bambino, Leonardo. E non vi ho più scritto. Ma che si fa così?

No, non si fa.

Ma diciamo che per i primi mesi gli ormoni hanno preso il sopravvento.

Dire che la maternità ha stravolto la mia vita è un eufemismo. Una gioia estrema, pari solo all’ansia che scaturisce da un evento del genere, soprattutto alle mamme.

Io poi lasciamo stare, sono l’emblema dell’ansia. Potete immaginarvi le scene di io che urlo quando Leo si mette in bocca qualcosa o mi alzo di notte per vedere se respira…

Gli altri mesi li ho passati a capire come conciliare un lavoro che stava diventando un inferno, con la vita di mamma. E quindi passavo le giornate a capire come non farmi del nervoso a lavoro per non rovinarmi le poche ore a disposizione con il mio bimbo.

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Grazie…

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Ciao ragazzi, è un po’ che penso di scrivere questo post e non mi sono mai decisa a farlo. Adesso è giunto il momento.

Come avrete visto da qualche tempo non aggiorno più il blog. Non è svogliatezza, credetemi, ma mancanza di tempo.

Il lavoro che si è fatto più intenso ed esigente da una parte e la maternità dall’altra mi hanno tolto anche il piacere di guardami 5 minuti di tv….:-)

E’ un periodo intenso e molto emozionante a dire la verità, quindi non mi sto lamentando. Ma mi rendo conto che tutto non posso fare.

Ho anche riflettuto sul fatto che essendo ormai in Italia da tre anni ha poco senso continuare ad aggiornarvi su un paese, l’Australia, che non frequento più. In giro per la rete ci sono blog e siti molto più completi e seri del mio.

Per questo ho deciso che, per l’argomento Australia, sia venuto il momento di appendere il blog al chiodo, come dire. 🙂

Non lo chiuderò, le varie sezioni possono ancora essere utili a chi cerca informazioni su questo continente.

La bella notizia è che ho finito di scrivere il tanto sospirato libro su quella mia fantastica esperienza, purtroppo sono una pigrona perfezionista, due qualità che portano alle calende greche qualsiasi progetto. 🙂 Ma è finito, giuro, e spero che qualcuno lo pubblichi!

Se riuscirò a pubblicarlo lo comunicherò su questo blog, con un ultimo simbolico post.

Volevo ringraziare tutti voi che mi avete letto, chi dal principio, chi si è aggiunto dopo, chi mi ha scoperto solo pochi giorni fa. Vorrei ringraziare chi ha commentato positivamente ma anche chi, con garbo ed educazione, non mi ha risparmiato critiche.

Per chi invece ha solo perso tempo a  insultarmi e criticarmi senza neanche avermi mai visto in faccia, provo solo tanta pietà.

Mi piace scrivere, quindi magari prima o poi riaprirò un nuovo blog con un topic un po’ più italiano 🙂

Per il momento devo concentrarmi sul mio piccolo Leonardo, che arriverà  tra un mese e mezzo. Rappresenterà un’altra svolta nella mia vita, già sento la sua forza e la sua presenza che ormai caratterizzano tutte le mie giornate, ogni minuto, ogni secondo. E’ già il centro della mia vita e vi confesso che ho un po’ di paura. Spero di essere all’altezza.

Grazie ancora a tutti voi. Ovunque voi siate, qui in Italia, in Australia o in qualsiasi paese del mondo, continuate a credere nel vostro progetto e per quanto banale possa suonare, non smettete di sognare.

I miei sogni, il mio continuo fantasticare, mi hanno portato qui, dove sono adesso, a scrivere queste ultime righe, di nuovo nel mio paese, con una persona straordinaria al mio fianco e un dono del cielo nel mio grembo. Ho fatto bene a continuare a sognare, che dite?

Perché anche se accadono cose diverse da quelle che si immaginano, se un progetto di vita “apparentemente” fallisce è quello il momento in cui continuare a sognare il meglio per se stessi. Se ci si continua a concentrare sul proprio essere e la propria felicità, alla fine la felicità arriva, magari sotto forme, con persone e in luoghi che in principio non ti eri nemmeno immaginato.

La felicità, la mia serenità personale, è qui, è adesso. Ora lo so, ora ne sono finalmente sicura.

Auguro a tutti voi di raggiungere questa consapevolezza.

Un abbraccio a tutti

La Maga

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