Ambire al meglio, sempre.

Credevo che sarebbe stato più semplice.

Avere un figlio, anzi due. Credevo che, nonostante tutte le difficoltà che si possono immaginare quando si decide di allargare la famiglia, quella di continuare a poter lavorare non fosse tra queste.

Mio malgrado ho invece riscontrato che non è così.

Una donna, a quanto pare, non è libera di scegliere carriera e maternità, o una o l’altra. Ma sono cose di cui avete già sentito parlare, argomenti ormai noti su cui si sono spesi fiumi di parole e per cui non si è fatto nulla se non, appunto, parlarne, parlarne, parlarne.

Se ne parla ogni santissimo 8 marzo, ogni 10 maggio ( o festa della mamma, la cui data cambia sempre!) e ogni volta che si fanno discorsi di genere, emancipazione, etc..

Festeggiamo le leggi sull’aborto e il divorzio, ma dagli anni 70′ non siamo più riuscite a strappare nessun’altra vittoria.

E’ vero che la legge italiana tutela le mamme, la maternità obbligatoria e facoltativa un po’ aiutano, ma non voglio nemmeno parlare di questo, non è questo o solo questo il punto. Non è un bonus bebè in più, una babysitter scontata o un nido sotto l’ufficio che possono fare la differenza nella mia vita e in quella di tante mamme lavoratrici come me.

E’ la mentalità che non funziona. La mentalità di chi ti offre prima un lavoro con tanto entusiasmo e poi appena rimani incinta quello stesso entusiasmo si esaurisce. E comincia a considerarti in modo diverso, comincia a fare battute, a contare le ore in cui stai fuori per allattare, a contare i giorni in cui sei stata in maternità e (sic!) non hai lavorato!

E ti cade un po’ il mondo addosso. Inizi a domandarti che cosa hai fatto di male, dove hai sbagliato, se stai sbagliando qualcosa sul lavoro (perché io vorrei essere criticata perché lavoro male, non perché sono una madre e non perché utilizzo strumenti legali offerti dallo Stato per poter fare la madre).

Ma niente, ogni volta che chiedevo conto dei miei errori sul lavoro la risposta era sempre quella. Avevo meno entusiasmo, perché lavoravo meno.

E da lì alle umiliazioni in pubblico, di fronte alle colleghe, il passo è stato breve.

Visto però che al mondo non esiste nessuno in grado di uccidere il mio entusiasmo e schiacciare la mia dignità, a un certo punto (abbastanza presto direi) ho capito che era ora di andarsene.

Ho alzato la testa e ho iniziato a cercare un altro lavoro come se non ci fosse un domani.

Perché in cuor mio credevo, pregavo, speravo che non tutti i posti di lavoro fossero così, speravo ci fossero capi lungimiranti, illuminati e benpensanti là fuori e che, per dirla con Anna Frank (senza fare la stessa fine, almeno metaforicamente), le persone in fondo fossero tutte buone.

No, non lo sono tutte. Anna Frank si sbagliava.

Ma ce ne sono tante, questo sì. E quelle che ho incontrato adesso lo sono. Perché dopo tanto cercare alla fine il lavoro nuovo è arrivato, ed è meglio di quanto pensassi.

Sono contenta di aver avuto questa forza, ma non è stato facile.

Non è stato facile perché non capivo, veramente, che male avessi fatto. Che cosa ci fosse di male nel poter stare a casa a curare un neonato, che colpa avessi in tutto questo.

Perché certi datori di lavoro non lo capiscono? Sono stati figli anche loro, avranno avuto o hanno una madre, conosceranno madri a loro volta tra le cerchie di amici (se ne hanno)…dov’è l’errore?

Perché una madre deve essere discriminata perché…madre?

Se non facessimo più figli, probabilmente per questi “esseri” saremmo forse più produttive…ma chi manderebbe avanti la Società? Una Società, la nostra, in cui si fanno sempre meno figli, e la colpa è anche di questi personaggi che minano la sicurezza, la dignità e la voglia di maternità delle donne.

Io non voglio bonus. E non voglio nemmeno stare a casa senza lavorare. Voglio poter lavorare in modo flessibile. Voglio dare il mio personale contributo al mondo, ma vorrei farlo senza rinunciare a essere madre, che è l’altro grande contributo che io, come tutte le mamme, diamo ogni giorno al mondo, senza essere pagate, senza ferie, permessi, malattia.

Così, incondizionatamente, formiamo i cittadini di domani.

Una responsabilità enorme, che non solo non è retribuita, ma viene pure sminuita, ridicolizzata. Bullizzata.

Vorrei un mondo del lavoro a misura di madre, dove la produttività viene giudicata sulla base dei risultati e non delle ore di lavoro fatte. Un mondo dove lo smart working fosse la regola e stare in ufficio fosse l’eccezione, quel giorno a settimana giusto per tirare le fila e vedere le cose più  importanti e poi via, cara mamma lavoratrice, vai a casa a finire di lavorare e a curare i tuoi figli.

Perché crescere i figli è un lavoro di fronte al quale qualsiasi altro impiego impallidisce. Noi donne, insieme ai papà naturalmente, siamo responsabili della crescita degli uomini e delle donne di domani, lavoratori del futuro che saranno persone all’altezza della vita nella misura in cui noi siamo stati in grado di sostenerli per questo obbiettivo. Uomini e donne capaci di gestire persone, cose, progetti, Paesi….nella misura in cui saranno cresciuti con genitori presenti, attenti, lucidi. E felici.

Perché se un genitore non è felice, un figlio se ne accorge, ed è quasi peggio che avere un genitore assente.

Genitori assenti, frustrati, stressati e stanchi a causa del troppo lavoro o a causa di problemi sul lavoro, crescono figli infelici. Sappiatelo.

E’ così, non c’è bisogno di studi scientifici che comprovino quella che è una verità insita nella Natura e che la Natura ci sbatte in faccia ogni giorno.

La Società si aspetta che noi cresciamo figli in modo perfetto, senza vizi, capricci, con tanta forza di volontà, principi morali altissimi, e grande determinazione. Ma se la Società non ci aiuta noi da soli non possiamo fare molto.

Io nel mio piccolo lotto ogni giorno per questo. Un tempo mi dedicavo anima e corpo al lavoro, oggi lavoro in modo più efficiente, sfruttando al meglio le ore che ho, senza eccedere.

Basta donare il mio tempo, è una merce rara che non mi posso più permettere di dilapidare. Il lavoro è importante ma non può esserlo più della mia vita o dei miei figli.

E mi rendo conto di una cosa: se lavori così, in modo efficiente ma senza vivere in ufficio, chi sta intorno a te lo apprezza, a cominciare proprio dal tuo capo.

E se non lo fa, se comincia a guardare l’orologio anziché i risultati, significa che non è il datore di lavoro giusto e che è tempo di andare via.

Io sono andata via. E sono rinata.

Non smettete mai di lottare per questo. Parlo a voi mamme, augurandomi che non vi troviate mai in una situazione come quella che ho passato io. Ma se dovesse succedere, testa alta e via a cercare un altro impiego. Chi cerca, trova. Sempre.

Non smettete mai di ambire al meglio per voi stesse.

Niente è ineluttabile, immodificabile, inevitabile.

Credeteci.

 

 

 

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3 thoughts on “Ambire al meglio, sempre.

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