Equilibrio precario

E’ da tempo ormai che provo a capirci qualcosa. mi ci sto spaccando la testa. E’ una sensazione che ogni tanto sparisce, ma sempre più spesso  riaffiora tra i miei pensieri, in ogni cosa che faccio e dico e soprattutto quando sono in procinto di prendere qualche decisione. E’ una tenaglia che prende testa e stomaco e le butta come in vortice dove io non capisco più cosa sono e dove voglio andare.
Ho sempre pensato che fosse solo colpa mia. Io che mi stufo di tutto, che nella vita ho cambiato mille lavori e altri mille ne vorrei fare, che non riesco a portare a termine nessun progetto e ne inizio a decine. Sono io, solo io la colpevole del mio strano destino. Siamo noi i soli responsabili. Siamo noi gli attori principali del palcoscenico della nostra vita e sta a noi decidere se inscenare una tragedia o una commedia, le quali come tutti sanno si distinguono da come iniziano e da come finiscono.

Però non è solo questo. C’è qualcos’altro e io forse l’ho capito.

Io penso che anche la Storia e la Società ci abbiamo messo il “carico da dodici”. Perchè tra la mia generazione “precaria” e quella passata, quella dei miei genitori, io non vedo solo differenze temporali, non mi basta sapere che loro hanno vissuto il boom economico e stavano bene e noi poveri sfigati siamo cresciuti praticamente nella crisi e con quella dovremo convivere per ancora tanto tempo. Perché la malinconia che abbiamo dentro tutti non deriva dalla crisi economica, dal precariato o altro. Certo, tutto cio’ non pu0′ che influire negativamente sul nostro stato emotivo. Ma io da qualche tempo ho quasi capito che forse non è tutto qui.

C’è una differenza abissale tra noi e i nostri genitori. E me ne accorgo guardando i miei e quelli degli altri, guardando uomini e donne sconosciuti che potrebbero essere coetanei dei miei e appartenere quindi alla loro generazione. Guardo come si comportano e allora forse capisco.

Genitori che hanno lavori semplici e portano avanti il loro tran tran quotidiano: chi ha il negozietto, chi lavora come impiegato, chi ha una piccola azienda famigliare e così via. Lavorano, poi arrivano a casa alla sera, cena in famiglia, un po’ di chiacchiaere e poi a nanna che domani si ricomincia. Il week end si passa insieme alla moglie o al marito e magari i figli li vanno a trovare. Quei figli a cui loro hanno dato la vita e qualche generoso risparmio (capita spesso) messo faticosamente da parte per comprar loro la casetta.

E loro sono contenti così. I figli sono felici e sistemati? Loro sono contenti. Si mangia insieme la domenica? Loro sono contenti il doppio.

Avranno i loro problemi, le loro sofferenze quotidiane e i loro casini. Ma non vivono nel costante affanno in cui viviamo noi. Non vivono nel dubbio della decisione, del tipo vado o non vado, parto o non parto? Accetto quel lavoro o mi tengo questo? Mi sposo o non mi sposo? Lo faccio il bambino o aspetto?

I nostri vecchi non si sono mai fatti troppe domande. La strada era più o meno sempre quella: si trova un lavoro, ci si fidanza, matrimonio, figli, pensione, nonni. E poi via, grazie a tutti è stato bello.

Noi che strada abbiamo? Ne abbiamo una? O ne abbiamo mille? Quante porte aperte, quante opzioni, quanta libertà di scelta abbiamo noi che loro neanche si sognavano?

Fa male avere troppa libertà? Sto bestemmiando, vero?

E io invece penso che forse avrei voluto avere una o due strade a disposizione perchè almeno ero sicura di non sbagliare. Vigliacca che sei, penserete. Forse avete pure ragione. Ma quando hai troppe porte da aprire a disposizione, quando hai troppa libertà di scelta alla fine non scegli davvero o rischi seriamente di sbagliare.

Quanti si sposano sapendo che tanto eventualmente c’è il divorzio? Quanti non prendono precauzioni durante i rapporti sessuali perchè sanno che tanto entro tre mesi si pò’ abortire? Quanti mollano lavori sicuri per andare a fare qualcos’altro di cui non sanno nulla ma solo per lo sfizio di provare e vedere che succede? Quanti cambiano corso di laurea in continuazione perchè sono stufi o prolungano all’infinito la preparazione della tesi perchè tanto ci sono mamma e papà?

Io mi ricordo ancora una mia ex compagna delle medie che avevo incontrato anni dopo all’università: facevamo lo stesso corso di laurea e io mi ero iscritta due anni dopo di lei, anche io vittima delle troppe scelte, ho preferito lavorare subito dopo il diploma ma poi mi sono stufata e mi sono rimessa a studiare….in poche parole, io mi sono laureata prima di lei, benchè avessi iniziato dopo. Perchè? Non ero io il genio, era lei che ( e lo ammetteva pure) la tirava per le lunghe visto che era mantenuta dal papà dottore in una casa stupenda tutta per lei nel quartiere più bello di Genova.

Io non parlo della crisi del nostro sistema che ci ha reso precari nel mercato del lavoro. Io penso che siamo precari dentro. L’equilibrio è precario perchè tendiamo in tutte le direzioni, abbiamo tante possibilità da cogliere, tante porte aperte e vorremmo entrare in tutte e poi magari tornare indietro e aprirne altre senza farci male.

Abbiamo paura delle conseguenze, qualsiasi esse siano, per questo non entriamo da nessuna parte con la giusta convinzione.

Me la sono immaginata tante volte questa scena. Giovani messi di fronte a tante, troppe porte.

Mettiamo un piede avanti all’altro, giriamo la maniglia della porta scelta sudando freddo, la apriamo di qualche centimetro, sbirciando dentro per vedere che c’è e tenendo ben saldo uno dei due piedi nella stanza dove siamo adesso e che ci da in qualche modo sicurezza. Poi decidiamo di entrare. Piano, lentamente, con passo incerto apriamo la porta quel tanto per passare e la chiudiamo dietro di noi adagio, per non fare rumore.

E una volta dentro avanziamo incespicando e proviamo a vedere che succede. Mai con convinzione, mai con determinazione. Sempre sull’equilibrio precario che pure mentre siamo a metà ormai di quella stanza ci fa voltare indietro verso la porta che ci siamo chiusi alle spalle, per vedere se magari si puo’ rientrare…oppure ci guardiamo avanti per vedere se c’è qualche altro uscio da varcare. E nel mentre ci perdiamo la stanza dove siamo adesso, non capiamo quello può darci perchè sappiamo che ce ne sono tante altre da scoprire…. e pensiamo che la vita è una che diamine! E uno non vuole vivere di rimorsi o rimpianti, giusto? (e chi mi fa la domanda se è meglio vivere di rimorsi o rimpianti lo insulto perchè è la domanda più stupida del mondo).

Magari mi sbaglio, ma se fossimo un po’ più sicuri di noi stessi e di quello che ci piace, se avessimo ben chiari in testa quali sono i nostri obiettivi forse non vivremmo in questo costante limbo, in questo perseverante timore di non fare la scelta giusta e non poter più tornare indietro per rimediare.
E io sono la prima a cui rivolgo questi pensieri. Perché non passa giorno in cui io non rifletta su queste  mie insicurezze, paure, timori…ma di cosa? Di cosa vorrei sapere! Di sbagliare? Tutti sbagliano, tutti cadono e poi si rialzano e ricominciano…ma qual’è il problema?
Vorrei sapere davvero dove sta il problema, dov’è il marchingegno nella mia testa che ha smesso di funzionare e perchè ha smesso di funzionare.
Venerdì sera sono scoppiata in lacrime davanti al mio ragazzo perché non capivo la fonte di tutta questa malinconia. Pensavo alle scelte che ho fatto in passato, ai mille lavori che ho cambiato invece di tenermene uno ben saldo e provare a crescerci dentro. Ho vissuto dall’altra parte del mondo per cercare serenità ma alla fine sono tornata indietro. Sempre con la solita malinconia, con quel senso di insoddisfazione latente che si trasforma in ansia e ti fa vedere cose che non ci sono o capire cose diverse da come sono in realtà.
E non ditemi che è il paese, il governo ladro, la crisi etc…questi sono contorni che aggravano, ma non sono la causa. Perché anche chi ha tutto, sta male. Anche i nostri coetanei che hanno il lavoro, la casa e la macchina, stanno male. Vivono anche loro questo senso di inquietudine.

Non siamo  mai contenti. Siamo la generazione degli insoddisfatti perchè abbiamo troppo da soddisfare e le cose semplici non ci bastano più.

Siamo affamati e pazzi, proprio come ci vorrebbe il defunto Steve Jobs (non devo dirvi chi è, vero? :-D). Solo che lo siamo nel modo sbagliato…non giriamo questa fame verso quello che vogliamo davvero, verso un obiettivo unico, ma la disperdiamo nella brama di dover assaggiare un po’ di tutto, senza mangiare davvero mai nulla sul serio, assaporarlo fino in fondo e solo allora decidere di rigettarlo o mangiarne ancora perché ci fa star bene. Noi ci fermiamo prima. Noi nemmeno gustiamo quello che abbiamo in bocca che subito vogliamo assaggiare qualcos’altro, perché la tavola delle occasioni e delle opportunità per noi figli del terzo millennio è imbandita ben bene…ci sono troppi piatti da scegliere, troppi menu, troppe combinazioni, ma alla fine quello che rimane in bocca è un gusto amaro, amarissimo.
Vorrei avere poche combinazioni da scegliere, poche porte da aprire. I miei vecchi mi direbbero che sono stupida, che magari loro avessero avuto le opportunità che abbiamo noi, che loro avevano i denti senza il pane e noi il pane senza i denti.

Ci mancano i denti, perché di pane ne abbiamo fin troppo secondo me. Ci mancano le palle, direbbe qualcun’altro. E forse è vero.
Perché oggigiorno scegliere una strada e seguirla fino a che non ti porta a qualcosa di buono, senza abbandonarla durante il tragitto, senza disperdere le tue energie in altre cose, è una missione impossibile. Ci vogliono, per l’appunto, le palle. I denti.

Chiamateli come volete.

La Maga sdentata

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28 thoughts on “Equilibrio precario

  1. Cara Maga,
    questo pezzo sembra scritto apposta per me, purtroppo.
    Mi piacerebbe proporti un progetto…giusto per non toglierci niente ed aumentare le opportunità che già non ci mancano…magari sono cose che già fai o che non ti interesserebbe per niente fare…comunque questa è la mia proposta: un libro illustrato per ragazzi. Io sono illustratrice e mi piacerebbe molto lavorare a un testo con te..inoltre vedo che i tuoi brani sono già ricchissimi di immagini per cui sarebbe bello realizzarle insieme. Questo è il mio sito, http://www.valentinapiacenza.com (in cui però non ci sono le illustrazioni) per dare un’occhiata al mio lavoro. Spero davvero ti possa interessare..oltre a tutto mi farebbe molto piacere conoscerti e fare una bella chiacchierata sull’Australia che anche a me manca tantissimo!
    (magari il libro potrebbe essere proprio sull’Australia!!!!!!)
    vale

  2. In parte descrivi cio che proviamo e concordo. In parte no. Tentare tutto cio che ci piace, perché ci viene offerto dalla societá, non è necessariamente un male. personalmente non mi ci vedo (non resisto, non mi piace, non mi stimola -sperimentato) fare lo stesso lavoro a lungo, per di piú se relegato alla stessa sede fisica. Insomma, 30 anni nella stessa ditta proprio no!
    Quindi ben vengano nuove possibilitá.

    • Ma infatti io non dico che bisogna accontentarsi. mai e poi mai. Ma a anche continuare a sbattere da una parte e dall’altra perchè si è perennemente insoddisfatti mi sembra autolesionista. Ci vuole equilibrio, provare si ma coscienti del fatto che prima o poi le radici da qualche le devi mettere. A meno che uno non si diverta a cambiare lavoro tutta la vita, allora il discorso è diverso.

  3. Forse il problema è che in qualche modo ci siamo convinti che le cose “complicate” hanno un valore superiore a quelle “semplici”, anche se non è così.

    Siamo convinti che per essere felici c’è bisogno della macchina nuova, del cellulare da 400€ (ti sembra normale che in tempo di crisi c’è la coda per comprare il nuovo iPhone?!), del viaggio in Australia o di mille altre cose. La verità è che la felicità non può essere comprata, mangiata, scopata o conquistata.
    La felicità è un’abitudine, ne più ne meno.

    • La felicità è un’abitudine….mmm…magari un’attitudine, un modo di predisporsi nei confronti della vita?
      Quello che dici è che bisognerebbe essere felici a prescindere? Mi sembra un ottimo suggerimento… 🙂

  4. Cari tutti,
    qualche anno fa ho passato del tempo in Sudafrica e ho notato che i neri di laggiu’ ridono sempre, sono felici… eppure non hanno nulla!
    Vogliamo capire una volta per tutte che essere felici e’ una forma mentale? Non siamo qualcuno perche’ abbiamo questo o quello, perche’ viviamo qui piuttosto che li’… noi siamo noi e basta!
    I neri di cui parlavo prima, quando parlavi con loro, ti dicevano che la loro famiglia era composta da 300-400 persone… com’e’ che qui da noi quando si chiede a qualcuno quanti membri conta la sua famiglia ti risponde 3-4, a volte 5 persone? Gia’, alla fine loro (i neri sudafricani) sono felici di essere parte della loro famiglia, che fa parte del loro mondo… ognuno ha un suo posto.
    Noi abbiamo molte famiglie, ma nessuna fa veramente parte di un mondo… quel mondo voluto da chi? Da coloro che lo vogliono a loro immagine e somiglianza… non di certo per far felici noi! E’ un tema ampio, ma che merita di essere analizzato un po’ piu’ a fondo. Ora sono al mare e vorrei godermi questi istanti, per cui tornero’ sull’argomento prossimamente.
    Cari saluti a tutti, Uomo_Linux

  5. post molto interessante sul serio!
    A volte ho notato anche io questa differenza.
    Però preferisco essere curioso aver voglia di sperimentare e scoprire che accontentarmi di poco.(che 50 anni fa non era poco, era niente per gran parte degli italiani, vuoi la mancanza di istruzione vuoi l’ambiente sociale chiuso e basato su tradizioni antiche)

    Si abbiamo troppo ma non riusciamo a araggiungerlo e causa frustrazione, gran parte a causa della situazione politica ed economica, gran parte a causa dei falsi bisogni che ci vengono propinati dai media.
    E un pò secondo me anche all’istruzione che non prepara al mondo e a sapersi scegliere un ruolo.
    Specialmente in italia tanta gente si iscrive all’università per avere un pezzo di carta a caso, magari manco é interesseta in quello che fa. In uk ci sono sempre stati meno iscritti(e studiano anche musica e recitazione), anche quando era gratis, e c’è chi ha saputo farsi valere lo stesso, reinventadosi o inventando.
    Certo le scuole in etrambi i paesi non sono comunque granché e in alcuni casi sono ridicole ma sono molto diverse dal sistema italiano.

    Alla fine i disillusi e i frustrati mancano anche qui ma la crisi colpisce duro ovunque ed lo fa per colpe altrui.

  6. Maga perchè scrivi al plurale?
    Mica tutti sono cos&iagrave; al mondo! Anzi no, se ti riferisci all’italiano medio forse si… Mi fanno sempre sorridere i tuoi racconti tragi-comici. 🙂
    Al prossimo episodio allora! 😉

  7. quoto Nico… io ho cambiato molti lavori, ora sono in Australia e mi trovo molto bene, l’Italia ha i suoi problemi ma io vedo il mio futuro li’ fra i miei cari. Penso che il vero problema sia tutto questo pessimismo, e questo continuo lamentarsi. Se non si puo’ scegliere, non ci sono altre strade non va bene, se si hanno troppe scelte nemmeno… Guarda io sono una gran indecisa, ma sulle cose importanti della vita ho deciso subito, e ringrazio Dio che nel 2011 posso scegliere chi sposare, cosa votare, se prendere la pillola, etc…. anche se in molti paesi una donna ancora non lo puo’ fare… Apprezza quello che hai invece di stare davanti ad un pc a lamentarti!

    • Forse non hai capito il post o mi sono spiegata male io. Io sono contenta delle gradi conquiste nel campo dei diritti umani e nell’emancipazione femminile…ho mai detto il contrario? Ho solo fotografato la situazione in cui io e tanti italiani oggi si trovano, tra le mille scelte da poter fare (e meno male) e la poca determinazione che io ho (e non solo io) nel compiere le scelte giuste. Quando dico che sarebbe meglio avere meno scelte e’ una provocazione che sottolinea quanto poco mi rendo conto di quello che ho e non riesco ad apprezzare.

      • allora per cortesia non generalzzare con NOI GIOVANI, perche’ io ho 31 anni ed il mio compagno e miei coetanei, pur avendo molte scelte non ci sentiamo cosi’ spaesati. Non tutti i giovani sono alla continua ricerca di cosa fare da grandi, perche’ bisogna sempre parlare del gruppo? Vedo attorno a me tanti giovani che sanno anche se con fatica cosa fare, non sono tutti con contrattini o che vanno e vengono dall’estero, c’e’ anche chi con piu’ o meno fatica riesce a trovare soddisfazione nel proprio lavoro in Italia e fuori, a crearsi una famiglia. Perche’ c’e’ gente che a 30 anni parla come se ne avesse 18….

      • Non voglio generalizzare, ci mancherebbe, ho solo come l’impressione di non essere sola in questa sorta di disagio che poi disagio non è. E le tue parole mi fanno immensamente piacere, perché vuol dire che c’è anche chi non si sente confuso come me o altri ma è riuscito a trovare la sua strada. Io ancora non ce l’ho fatta, non mi sento vecchia ma non sono nemmeno una ventenne, è vero. Spero di uscirne fuori e lo spero per tutti quelli che sono dentro questa specie di tunnel. Grazie per il tuo contributo

  8. Cara Maga, è da un po’ che non commento i tuoi articoli, ma li leggo sempre. Che dire? Hai descritto meravigliosamente la situazione della maggior parte dei giovani italiani, me compresa. Questa continua ansia di voler fare ma di non sapere esattamente cosa. Certo, molti penseranno che ci facciamo problemi inutili e che bisogna vivere giorno per giorno, cercando di vedere il buono che c’è in ogni opportunità, ma non sempre è facile, e non sempre ci si sente soddisfatti. Perché sarò pure strana, ma io non voglio accontentarmi, voglio svegliarmi la mattina ed essere fiera di me e soprattutto appagata dal mio lavoro, o qualsiasi altra cosa faccia. Spero di riuscirci un giorno, perchè purtroppo ancora non lo sono.

    • Hai descritto esattamente il mio stato d’animo. Pero’ penso che oltre alla speranza, bisogna metterci del nostro. Dobbiamo cercare le soddisfazioni, non aspettare che arrivino. Io ho forse vissuto troppo passivamente, mi sono fatta trascinare dalle correnti quando invece devo essere io a guidare il mio vascello e non lasciarmi trasportare. Devo prendere in mano più seriamente il mio cammino, perchè finora ho cambiato troppe strade, troppe volte. Adesso basta.

  9. Sul discorso lavoro ho sempre pensato che sia davvero faticoso fare qualcosa che non ci piace o che comunque non ci soddisfa totalmente, soprattutto oggi, visto che, come dici tu, abbiamo molte più possibilità rispetto al passato.
    Sarebbe ottimale trovare un lavoro che ci piaccia, indipendentemente dal fatto che sia inerente al nostro percorso di studi o che ci faccia spaccare la schiena e arrivare a casa distrutti la sera. Sarà la cosa che caratterizzerà le nostre giornate per tutta la vita.
    Una volta era diverso perché si studiava generalmente poco e la maggior parte dei nostri nonni/padri imparavano un mestiere e lo portavano avanti per tutta la vita che gli piacesse o meno. Probabilmente perché l’obiettivo principale era farsi una famiglia e mantenerla. Evidentemente oggi questo non è più l’obiettivo primario di molti.
    Magari anche i nostri vecchi hanno pensato di cambiare ma, tra le poche opportunità e il sapersi accontentare di quello che avevano, sono sempre riusciti ad andare avanti. Che poi avere famiglia, lavoro e le cose semplici da te citate nel post non sono cose da poco, anzi avercele.
    Oggi possiamo permetterci di aprire più porte.
    Da un lato è un bene perché permette a chi non si accontenta di perseguire quello che vuole veramente (se lo vuole davvero, altrimenti si finisce come la tua amica ad esempio), ma al tempo stesso limita chi invece magari vuole fare lo stesso lavoro (che gli piace) per tutta la vita, perché si sa… un giorno lavori, il giorno dopo sei a casa, e quindi cambi in continuazione ma non per scelta bensì per necessita. E magari paradossalmente devi abbandonare il lavoro che ti piaceva veramente.
    E’ cambiata la mentalità.

    • E’ vero, ma io non mi ci ritrovo in questa mentalità. Vorrei non essere influenzata dalla società e andare per la mia strada, senza troppi rimorsi o rimpianti. Vorrei intraprendere una strada e seguirla, una volta per tutte, fino a vedere dove mi porta. Devo aggiustarmi la testa 😀

  10. Ciao Maga,
    Capito qui su consiglio di un’amica… ciò che descrivi è vero in gran parte, ma non è tutto, almeno per la mia esperienza. Dici: “oggigiorno scegliere una strada e seguirla fino a che non ti porta a qualcosa di buono, senza abbandonarla durante il tragitto, senza disperdere le tue energie in altre cose, è una missione impossibile”… posso testimoniare che io, tanti anni fa, ho scelto una strada e, con grande fatica, l’ho percorsa fino in fondo: mi sono diplomata in conservatorio in pianoforte (ci ho messo 12 anni), mentre intanto ho studiato e non ho comunque trascurato di prendere una laurea specialistica in filosofia. Ma il lungo percorso del conservatorio mi ha dato una delle soddisfazioni maggiori della mia vita (almeno finora, del resto ho solo 25 anni)… e proprio recentemente, dopo tanti mesi di dubbi e afflizioni, ho deciso ancora di puntare per la strada che sento più mia, anche se è lunga, a senso unico, la meta lontana e incerta: cercherò di diventare insegnante. Io alle strade lunghe ci credo, io alla fatica di anni ci credo, la sento mia, l’ho scelta e per carattere credo di preferirla, anche a rischio della noia.
    Il problema è che, qualsiasi strada si scelga, se pure si hanno i denti e le palle di percorrerla fino in fondo, il mondo di oggi ti instillerà sempre il dubbio “E se, invece di impiegare le tue energie, il tuo tempo e la tua speranza per questo, avessi fatto altro? Forse non sarebbe stato meglio?”. Il punto è che sembra di sbagliare qualsiasi strada si prenda, perchè manca la minima certezza che ti garantisca che già terminare un percorso valga la fatica. La fatica vale sempre, idealmente. Ma in pratica?
    In pratica il mio diploma di conservatorio, da quando vi sono entrata tredicenne a oggi, è stato svalutato e probabilmente non mi permetterà neppure l’abilitazione all’insegnamento di musica alle medie. La mia laurea in filosofia, ok, forse avrei dovuto saperlo, ma ora come ora non me ne faccio un fico secco.
    Quindi il problema non è solo strada lunga o strada corta, un’unica scelta o tante altre… il problema è che qualsiasi strada si scelga, ci sarà sempre un buon motivo che ti farà rimpiangere la tua scelta, che pure amerai e ripeteresti all’infinito se è quello che volevi. Ma una dose di rimpianto sembra inevitabile.
    Non è solo che abbiamo troppa scelta, il problema è anche che la nostra grande libertà di scelta poi si scontra con una realtà che ti fa quasi sospettare che la scelta non l’hai mai avuta davvero…. perchè anche chi ha la forza di arrivare alla fine della strada lunga, poi rischia di trovarsi ugualmente con un pugno di mosche.

    • Hai ragione, forse dovremmo essere più forti e fregarcene di quello che la società si aspetta da noi. Ci piace quella cosa? Vogliamo raggiungere quel traguardo? E allora facciamol o senza voltarci indietro, altrimenti non andremo mai avanti.

  11. Eh, Maga, siamo irrequieti, e precari. La testa sempre rivolta altrove, il cuore a un ritmo scostante. Non troveremo un equilibrio, ma costruiremo comunque qualcosa di bello e schizofrenico.

    (Parlo al plurale perche’ credo di avere piu o meno la tua eta’, 2 genitori da strada diritta, ho cambiato piu di 10 lavori e mi sono trasferito 11 volte, ho vissuto un po’ ovunque – si, anche a Sydney, e ho passato alcune serate al casino a sorseggiare drink davanti a un bel panorama – e quando mi chiedono dov’e’ casa mia o che lavoro faccio vacillo…)

    • Ciao Daniele, mi sembra di essere io! per caso siamo gemelli e non lo sappiamo?
      La prima domanda che mi fanno le persone che conosco e che magari non vedo da un po è che lavoro faccio adesso. Ne ho cambiati più di 10,eccome…
      E tra 3 mesi mi trasferisco in Australia da sola.
      Irrequieta, pazza, spericolata, insoddisfatta di una vita negli schemi e pure surfista.
      si si si si!

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