Non è un mondo per mamme

Sono talmente angosciata da aver ripreso a scrivere sul blog, su cui non mettevo piede (anzi, mani) da due anni. Il motivo è semplice: ho letto la storia di questa donna e ancora prima che uscisse l’articolo incriminato, i cui autore e titolista (ammesso e non concesso che siano la stessa persona) dovrebbero essere immersi nel Tevere giusto una quindicina di secondi per vedere se qualche neurone si riattiva nel loro minuscolo cervello, dicevo prima di leggere questo articolo e rimanere sgomenta, ho letto la storia di questa donna. E non è stato lo sgomento il primo sentimento provato. Né rabbia, né tristezza.

La prima cosa che ho provato è stata comprensione.

Non so cosa l’abbia letteralmente spinta a fare quel salto, con le sue bambine. Quale ultimo pensiero, frase, immagine, situazione l’abbiano spinta a scegliere l’opzione più dura per tutte e tre. Quale fenomeno le ha fatto dire “Adesso basta, non ne posso più”. Non lo sappiamo, nessuno lo sa.

E non so se fosse davvero sola o se forse, benché circondata dagli affetti, nessuno si sia accorto fino in fondo la sua sofferenza. Perché una mamma, se c’è una cosa che sa fare molto bene, è nascondere la fatica, le lacrime, la depressione e tirare fuori sempre un sorriso, una parola buona, un “non ti preoccupare, va tutto bene” per non fare preoccupare nessuno, per far vedere che si è forti, sempre e comunque.

Ma non si può essere forti sempre. E nel caso di Giuseppina a stremarla non sono state solo le due bimbe appena nate che necessitano, come tutti i bimbi, di grandi attenzioni soprattutto nei primi mesi. A massacrarle l’animo ci ha pensato, credo, quella terza figlia che non è vissuta abbastanza e le due piccine che all’inizio non sono state bene. E a mettere il “carico da 12”, come sempre, ci ha pensato la Società della perfezione.

Era sola? Era stata abbandonata?

Non credo: a sentire il marito, distrutto, Giuseppina non aveva mai fatto intendere di avere delle preoccupazioni oltre a quelle derivanti dalla salute cagionevole delle due piccoline.

Eppure è saltata giù nel fiume. E si è portata dietro Sara e Benedetta, di appena 5 mesi.

La giornalista di Libero l’ha definita “madre poco affettuosa” come se questo fosse sufficiente per spiegare un gesto così estremo. Se tutte le madri del mondo poco affettuose dovessero, per questo motivo, ammazzarsi o uccidere i figli, ci sarebbero pochi bambini al mondo.

Poco affettuosa (ammesso che Giuseppina fosse poco affettuosa, vorrei capire da cosa lo abbia dedotto il premio Pulitzer Brunella Bolloli) non significa poco amorevole o incapace di amare. L’affetto non va scambiato con l’amore. L’affetto misura l’attaccamento alle cose e alla persone, l’amore è la capacità di donare sé stessi per fare felici gli altri. Una madre può amare anche se è poco affettuosa, perché caratterialmente potrebbe essere un po’ schiva, freddina, un po’ dura….mostrare, appunto, poco affetto. Ma non significa che non ami con tutta sé stessa.

Io non credo di essere una madre molto affettuosa. Amo i miei figli più della mia stessa vita e morirei oggi, adesso, se sapessi che servirebbe per salvarli. Ma non ho un attaccamento viscerale, non devo giocare o stare con loro tutto il tempo perché altrimenti sto male. E non sono per niente una giocherellona, anzi quando si tratta di giocare con Leo, il mio bimbo più grande, vado in crisi perché non so da che parte iniziare. Significa che sono una madre poco amorevole? Ma non scherziamo, per favore.

Giuseppina era stanca, molto probabilmente. E se c’è una persona che la capisce sono io e le tante mamme che fanno i conti con un bimbo appena arrivato e magari ne hanno altri da accudire a casa, insieme al marito, alla casa, e al lavoro.

Siamo stanche di dover essere sempre in forma, sempre attente, sempre sorridenti. Siamo stanche di non poter essere stanche, di non poter urlare perché non ce la facciamo più e di dover chiuderci in bagno per riprenderci, respirare, buttarci un po’ di acqua in faccia per cacciare via la crisi, chiudere gli occhi e vedere se , dopo pochi secondi, riaprendoli, ritroviamo una donna diversa, di nuovo in grado di uscire dal bagno ed affrontare il mondo.

Siamo mamme lavoratrici che devono dare il massimo sul lavoro, perché già l’azienda ti fa vedere di aver sopportato le tue assenze, quindi quando torni devi essere in forma ed efficiente e la tua stanchezza la lasci fuori dall’ufficio, per favore. E se provi a sfogarti con capi e colleghi rischi pure di sentirti dire: “Tu sei stanca? Ma va, non sai IO quanto sono stanca/stanco…” E allora fai prima a non sfogarti, e provi a farti scivolare tutto addosso.

Ti alzi alle 6 del mattino, porti il bimbo piccolo dalla suocera mentre il marito sistema quello grande, corri in ufficio a fare quello che puoi, poi a metà pomeriggio torni a casa a prendere il piccolino, vai a casa a preparare la cena e sistemare la casa, poi passi a prendere il bimbo grande. Si va a casa, doccia al grande, latte al piccolino, intanto scaldi la cena e magari se hai le forze provi a giocare con il grande che non ti vede tutto il giorno e pure quando ti vede deve dividerti con il piccolino e tu mamma ti senti una grande stronza, la più stronza delle stronze.

Poi arriva il quasi marito (quasi perché non siamo sposati) che in realtà aiuta molto, ma giustamente pure lui vuole un po’ di attenzioni. E quindi, quando i bimbi sono a letto, stai a guardare un po’ di tv con lui, perché altrimenti ti senti la regina delle stronze. Poi alle dieci e mezza crolli a letto e quel libro che avresti voluto leggere rimane a prendere polvere sul comodino. E il giorno dopo ricomincia tutto.

Ci si sente sole in tutto questo? Non si è sole, io ho l’aiuto del quasi marito, di mia madre e di mia suocera. Lavoro, ma non credo sia questo il problema, mi piace lavorare e, se devo dirla tutta, quando sono in ufficio mi riposo.

Ma anche se esistesse un super welfare che mi pagasse bene per stare a casa, il risultato non cambierebbe. Anzi, stare a casa tutto il giorno con i bambini mi devasterebbe. Il lavoro è santo ed è, secondo me, una valvola di sfogo insostituibile per le mamme.

Il problema è che nel mondo di oggi da noi ci si aspetta troppo.

Madri amorevoli ( e affettuose, tanto affettuose, perché se non siamo affettuose siamo delle stronze e potenziali assassine), lavoratrici produttive ed efficienti, mogli presenti e in forze, figlie devote, sorelle sempre pronte a parare il culo ai fratelli, nuore perfette, amiche sempre disponibili. Dobbiamo essere tutto questo, e tutto nello stesso momento.

A mia madre lo dico spesso: “Ai tuoi tempi, potevi fare la mamma a tempo pieno senza lavorare e nessuno ti avrebbe giudicato per questo”. Oggi se stai a casa a fare la mamma e non lavori sei ritenuta una fortunata, che non fa nulla tutto il giorno. Se invece lavori e ti ammazzi di lavoro, facendo magari qualche volta tardi, sei una madre assente. Oppure sei sempre stanca.

Insomma, giriamola in qualsiasi modo, per le madri della classe media (le ricche non credo abbiano questi problemi, ne avranno altri legati al loro status o lavoro, ma credo abbiano un grande aiuto in famiglia) è una vita di merda. o se non vogliamo usare parolacce, diciamo che è dura, durissima.

Oggi le donne devono essere in grado di fare tutto e di farlo molto bene. E certe, semplicemente, non ce la fanno.

E saltano giù.

Io stessa mi sono sentita spesso sull’orlo di un baratro, mi sono immaginata su quel ponte che si affaccia sull’abisso. In questo periodo poi, con Alessandro (sei mesi) che dorme poco ed è molto esigente, sono arrivata sull’orlo dell’esaurimento.

Sono talmente stanca, che non riesco più a dormire. Sono due notti che tiro fino alle 3 senza riuscire ad addormentarmi (mentre tutti, anche il piccino, stranamente, dormono) e piango in silenzio, mi stringo le lenzuola tra le mani e annaspo, perché vorrei dormire ma sono così stremata che non ci riesco. Mi alzo nervosa e con chi me la prendo? Con Leo, il “grande” di casa che fa il monello giusto per avere la mia attenzione. Ma io sono con i nervi così a pezzi da innervosirmi proprio con lui.

E alle volte pure io vorrei saltare.

E’ tutto nella mia testa naturalmente, ma credetemi che sono molte le mamme ad aver fatto questi pensieri, ad aver percorso mentalmente quel ponte, essersi affacciate e aver desiderato di lanciarsi. Per far smettere tutto, per essere in pace, per piantarla di vivere solo per compiacere una società che ci vuole macchine perfette, procreatrici nel privato e produttrici nella professione.

Chissà cosa ha provato Giuseppina quando si è lanciata. In quei pochi istanti tra il momento del lancio e l’impatto con l’acqua, che cosa ha pensato? Si sarà pentita? O avrà provato gioia?

Non lo possiamo sapere. Io azzardo un’ipotesi: credo stesse bene, credo che fosse serena quando si è lanciata. ed è terrificante, lo so.

Vogliamo fare in modo che nessun’altra mamma si lanci? Non serve un Welfare pazzesco, non servono più soldi. Certo, lo Stato e le aziende possono fare molto, ma quello che serve davvero è una Società diversa, che sostenga le mamme, accetti i loro momenti di caduta, i loro periodi un po’ così, le loro stanchezze. Una Società che abbracci queste mamme, che le aiuti e le sostenga, una Società che si faccia un po’ mamma, perdonatemi il gioco di parole, delle mamme.

Perché se una madre crolla, crolla tutto quello che le sta intorno.

Questo mondo non è un mondo per mamme, è un mondo che punta solo all’efficienza, alla produttività, all’apparenza, alla perfezione, al successo. E’ un mondo che non ammette fallimenti, cadute, errori, e stigmatizza chi fallisce e chi perde.

E io invece sogno un mondo un po’ meno perfetto, dove le “Giuseppine” siano libere di sentirsi stanche e improduttive, goffe, “brutte” senza che nessuno le giudichi per questo.

Sogno un mondo a misura di mamma.

 

 

 

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One thought on “Non è un mondo per mamme

  1. Ciao. Ho letto il.tuo articolo. Non sono un genitore ma apprezzo quello che dici. L ha provato molte volte mia madre credo… e molte altre. Ma nessuno, a parte mia madre l ha mai ammesso. Quando istituiscono un tribunale dei padri vorrei seguire i processi. Sono stanca di vedere sempre donne stremate ed esaurite sotto processo. Poi… sono le donne a giudicare le stesse donne in questi casi… Nessuna dice sono stata anche io sull orlo del ponte

    Grazie per l articolo. Ciao Michela

    Inviato da smartphone Samsung Galaxy.

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