Quella voglia di tornare a casa

homesickRieccomi qui, a pochi giorni dalla fine di questo 2015, con la voglia di scrivere e la solita lista di buoni propositi: uno di questi è quello di aggiornare un po’ più spesso questo blog, perché dopo questi primi 20 mesi da mammatroppopresaperfarealtro ho di nuovo voglia di scrivere.

L’assist per ricominciare me l’hanno data alcune email ricevute poco tempo fa. L’ultima è di una ragazza che vive e lavora in Scozia da qualche tempo.
All’inizio tutto bene, poi ha cominciato anche lei, come è successo a me in Australia, a sentire qualcosa che non andava. Qualche scricchiolìo.

Il vento che cambia, la sensazione che qui sì, è tutto bello, ma manca qualcosa, oppure no, il posto va bene, ma sei tu, che ti ci sei catapultata dentro per mille motivi e per altri mille motivi sperasse andasse bene, che a un certo punto non ti ci ritrovi più. Questa ragazza mi chiede cosa deve fare, non ha il coraggio di parlarne con i suoi, non sa che fare e pensa di essere unica o quasi a sentirsi così. Ho provato a risponderle.

E per farlo mi sono per forza catapultata indietro negli anni, quando anch’io, in terra australiana, ho cominciato a sentirmi a disagio.

Chi rimane a casa ti appoggia, crede nella tua missione, e si aspetta qualcosa. E’ inevitabile. E tu che ti ritrovi all’estero, in quella stanza di una casa non tua, in un mondo che non riesci più a sentire tuo, ti senti crollare tutto addosso. Il lavoro che credevi stupendo comincia a perdere il suo fascino, quella società che vedevi perfetta presenta dei lati oscuri che prima non avevi notato e cominci a fare i paragoni con il tuo paese, quello che odiavi tanto, quello da cui sei scappato.

Come fare a dirlo? Con che coraggio comunicare ad amici e parenti che no, non ce la fai più, che no, non è quello il paese giusto. Che tu, che tanto criticavi il tuo paese, adesso ne senti tremendamente la mancanza.

Come si fa a comunicare una cosa del genere? Alzare il telefono o scrivere un’email con le mani che ti tremano e pensare alle parole da dire, a come dirle. Non è facile.

Io ho realizzato che l’Australia non facesse più per me in modo graduale, ma il vero evento che ha segnato la mia fine in terra australiana è stata la breve vacanza in Italia, dove ho respirato di nuovo quell’aria familiare, ho rivisto quella luce, sentito quei rumori che ho sempre considerato e sempre considererò casa.

Il caffè sul lungomare, la focaccia appena sfornata, i caruggi di Genova sempre tremendamente sporchi e tremendamente affascinanti. Il modo di fare delle persone, italiani con tanti difetti ma pure tanti pregi, brontoloni ma anche generosi. Italiani furbetti, ma anche conoscitori dei propri limiti e non troppo amanti del bere fino a star male, fino a vomitare e spalmarsi per terra al sabato sera. Un popolo che non si ama, il nostro, e che invece io ritengo amabile da tanti punti di vista.

Ho ricominciato ad apprezzare questo paese e il mio popolo dopo quella breve vacanza italiana. Tornata in Australia, nulla è stato più come prima.

Nel mio libro spiego questo passaggio nel dettaglio: ricordo ancora bene i pianti, le crisi sul lavoro, le volte che sono scappata in bagno a guardarmi allo specchio, con la divisa stropicciata, il vassoio con cui portavo da bere ai clienti appoggiato al lavandino, la porta chiusa da dentro, per ricavarmi due minuti per me e riprendermi da quell’angoscia. A chi potevo dirlo?

Avevo fallito? Cosa era successo? In cosa si misura il fallimento in un’esperienza del genere? Perché non si è trovato il lavoro giusto, l’amore, non ci si è integrati con gli amici e i colleghi del posto?

Vedevo quel mondo australiano cadermi a poco a poco addosso, sgretolarsi in piccoli pezzi. Mi affannavo per rimetterli a posto, perché no, non poteva essere, mi ero giocata tutto venendo qui, mi ero convinta che sarebbe stata la scelta della vita, non poteva cadere tutto. Poi a furia di rimettere a posto quei pezzi che continuavano a cadere, ho preso atto che per me era giunto il momento di tornare.

Ho avuto la fortuna, e ho la fortuna, di avere una famiglia che mi ha sempre sostenuto, sia quando chiamavo i miei tutta felice, i primi periodi, sia dopo, quando è calato il buio. Io mi sentivo una fallita, ma per loro era tutta esperienza, andava bene così.

Per cui a chi sta vivendo un’esperienza simile, chi si trova solo e d’un tratto sente gli scricchiolii, il pavimento che cede, il muro di certezze su cui avrebbe scommesso tutto sgretolarsi a poco poco, dico di fare un bel respiro. Va tutto bene. Succede a molte più persone di quanto crediate, non siete gli unici a sentirvi così.

Se il posto dove siete adesso non vi convince più, chi vi ama e vi sta vicino lo comprenderà. Parlatene, non tenetevi tutto dentro. Se è destino che dovete rientrare in Italia, ebbene fatelo. Non volete rimanere nel Belpaese? Provate da un’altra parte. Conosco ragazzi che viaggiano perennemente e cambiano spesso paese. Anche questo è un arricchimento e anzi sono dell’idea che più paesi visitate e vivete, più la vostra esperienza si rinforzerà.

Non tenetevi tutto dentro, non continuate a sistemare i pezzi cascanti di quel muro per orgoglio, ostinazione e falso convincimento.

Io stessa quando sono tornata, nonostante la voglia di rimanere in Italia, mi ero riproposta di ripartire entro un certo lasso di tempo se non avessi trovato lavoro: la mia destinazione sarebbe stata il Canada. Poi il destino ha giocato le sue carte e sono rimasta qui.

Me ne pento? Direi proprio di no.

Anzi benedico, col senno di poi, quella crisi, quei dubbi, gli scricchiolii che non erano altro che i tentativi della mia coscienza di svegliarmi e prendere atto che non era lì il mio destino.

A volte, mentre guardo mio figlio, mi viene da pensare: “E se invece avessi trovato l’amore o il lavoro laggiù, che cosa sarebbe successo?”. Forse sarei rimasta o forse no. Di sicuro mio figlio non ci sarebbe. E mi basta questo pensiero per capire che ho fatto bene a tornare.

Di poche scelte della mia vita vado fiera o sono stata particolarmente sicura: la scelta di partire per l’Australia e la scelta di tornare in Italia sono fra queste.

Quando oggi qualcuno mi chiede: “Ma perché sei tornata dall’Australia?” non rispondo più come i primi tempi: “Non mi trovavo bene, mi ero stufata, non faceva per me”….

Rispondo semplicemente: “Perché sì”.

Quindi, cari italiani all’estero in piena crisi, se tornate e qualcuno vi tira le battute o vi dipinge come un matto per aver fatto una scelta del genere, alla fatidica domanda, non dilungatevi in lunghe e inutili spiegazioni, ma rispondete esattamente come faccio io. 🙂

Perché sì.

 

 

 

 

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7 thoughts on “Quella voglia di tornare a casa

  1. Concordo su tutto quello che hai scritto. Io porto sempre con me le parole di una cara zia, che in mezzo a mille raccomandazioni mi ha semplicemente detto: “non fate gli eroi, se non vi trovate bene tornate pure indietro, va bene lo stesso!!!”
    Noi siamo alla conclusione del nostro primo anno a Perth e tra pochi giorni saremo in Italia per le vacanze di Natale, l’apoteosi delle vacanze in famiglia.
    Alle classiche domande sul bilancio di questo primo anno cercherò di rispondere in modo sintetico e diplomatico, del tipo che a Perth si vive molto bene, ovviamente con i suoi pro e contro come tutti i luoghi. Una risposta vera ma preparata, onde evitare che le mille domande e commenti mi facciano andare in tilt in una fase delicata come il primo ritorno in patria.
    In verità credo che il primo anno sia stato talmente ricco di adrenalina, che avremo bisogno di un secondo anno per decidere se vogliamo continuare a vivere a Perth o provare a spostarci in un’altra città (tendenzialmente Sydney) oppure cambiare paese o chissà cosa altro.
    Avendo con noi due bambine la responsabilità per qualsiasi decisione è molto elevata, sono sicura però che le nostre famiglie faranno sempre il tifo per noi 😉

  2. Pingback: Telecronaca del pre – partenza! | parliamodiaustralia

  3. Sono straniero e vivo in Italia da 50 anni. A questo punto della mia vita ho capito che ho proprio sbagliato a venire a vivere qui. E’ un paese che ogni anno diventa ancora peggio fino a diventare insopportabile. In sintesi mi sembra un paese di fessi governato da una massa di furbacchioni. Italiani? Bugiardi, furbi e disonesti fino al midollo. Guardate la Giustizia, la Sanità, la Scuola, la Sicurezza… peggio del Burundi (senza offesa per il Burundi). In qualunque posto si scoperchia la realtà, vengono fuori tante di quelle magagne… Il male dell’Italia non è la crisi internazionale, ma la corruzione e lo sperpero di soldi pubblici. Un vero Niagara di soldi buttati. La giustizia…? Ma quale giustizia. Un paese che si vanta tanto di essere stato la culla del Diritto… tutte chiacchere. E’ diventata la tomba della Giustizia, quello sì. Processerei Berlusconi per il danno che le sue televisioni hanno provocato alle persone. Programmi insulsi, talk show vomitevoli, politici dappertutto, un bla…bla…bla…infinito che ha reso la gente amorfa e passiva. Si parla tanto ma serve solo per incartare ancora di più il popolo. Nonostante tutto questo, ci sono tante cose che mi piacciono dall’Italia, peccato che siano state tutte dette/fatte o costruite più di 500 anni fa.

  4. Vivo da dieci anni in Canada.
    Nemmeno un minuto di nostalgia per l’Italia, mai.
    Giusto per, l’Italia e’ l’unico paese Al mondo dov’e sono stato offeso con epiteti razzisti…..sai, chiamato “Terun bla bla”

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