Dieci anni dopo (seconda parte)

io e Leo

L’ho detto che la mente è strana. Alla mia poi hanno dato la laurea honoris causa per la stranezza. Passo una giornata a convincermi da sola di alcune cose, e il giorno dopo lo spendo a ripensare completamente a quello di cui ero così convinta. Una continua altalena di pensieri, emozioni, convinzioni. Come si fa a vivere così?

Ho concluso il post precedente dicendo che, tornando in quel posto di lavoro da cui ero scappata qualche anno prima, ho dato inizio alla mia fine. Un po’ forte come espressione, ma vera, in un certo senso.

Anche perché non saprei come altro definire tornare in un posto di lavoro che mi aveva avvelenato, convinta che le cose fossero completamente diverse. Come si fa a essere così stupidi?

Si può essere così,stupidi quando si crede nel prossimo in modo straordinario, quando si crede che le cose possono cambiare, quando si è convinti che in ogni persona, anche in quella più infida, ci sia del buono.  E ci si crede così tanto nelle persone (aziende) da sacrificare il proprio tempo, il tempo passato con i figli, i momenti della maternità più belli che non torneranno mai più, perché si crede nelle persone.

E’ andata male, come potete immaginare. Molto male. Ho incontrato un lupo travestito da pecora e pecore travestite da lupi. Il primo mi ha massacrato e le seconde, che avrebbero dovuto difendermi, mi hanno abbandonato al mio destino.

Entrare nei dettagli sarebbe deleterio. Vi basti pensare che in quell’inferno travestito da paradiso ci ho passato la seconda gravidanza (ci avevo passato anche la prima ed ero poi scappata praticamente per gli stessi motivi, ve l’ho detto che sono stupida, stupida al quadrato). E ci ho passato i primi mesi della maternità. Poi quando si è arrivati al punto che ogni mio respiro dava fastidio, ho capito che per me e la mia salute era arrivato il momento di andarmene.

Ho trovato lavoro in poco tempo, lo ammetto. Quando ad aiutarti nella ricerca di un impiego è un misto di disperazione e determinazione, le occasioni arrivano. Ma sarei andata anche a fare la cassiera in un autolavaggio (con tutto il rispetto per chi sa fare questo mestiere, lo prendo ad esempio perché è una cosa che non ho mai fatto e non so nemmeno se sarei in grado di fare).

In ogni caso, come per tutte le cose che ci accadono nella vita, belle o brutte, questa esperienza mi ha insegnato molto e mi ha aperto gli occhi. Se non avessi lavorato due anni e mezzo nell’apocalisse forse oggi avrei ancora quell’aria sognante e ottimista, esageratamente sognante e ottimista, un ottimismo che ti fa prendere più testate che soddisfazioni.  Perché è giusto credere nel prossimo, ma non a tutti i costi e non quando il prossimo in te non ci crede e anzi ti detesta.

Perché ci sono tornata, vi chiederete. Bravi, me lo chiedo anche io, anche adesso mentre scrivo di getto queste righe più per me stessa che per chi avrà voglia di leggermi. E’ uno sfogo il mio, lo avrete capito, lo sfogo di una donna che ha inseguito un sogno che non era suo, perché nel suo non ci credeva abbastanza, e ha sacrificato tempo prezioso della sua vita per il……nulla.

Quindi sono incazzata. O meglio lo ero, ora sto tirando le somme e pulisco la mente. Registro con cura tutti gli atteggiamenti e le persone che mi hanno ferito, perché la storia insegna e io devo decidermi una volta per tutte a imparare e a smettere di fare sempre gli stessi errori.

La storia insegna e ci cambia. Dopo questa ennesima bastonata, Angelica è diversa.

Non ho smesso di credere nel prossimo, se il prossimo se lo merita.

Non ho smesso di dare importanza al lavoro e di essere professionale, se sul lavoro sono rispettata.

Ma ho smesso di dare priorità alle cose sbagliate. La famiglia e i miei figli li ho sempre dati per scontati, sapevo che c’erano e io mi dedicavo anima e corpo a una professione in cui credevo di credere. E sottraevo tempo a chi davvero se lo meritava. Non succederà mai più.

Quando poi il destino bastardo ha presentato il conto, vale a dire quando, dopo i primi mesi euforici, ho capito che forse stavo sbagliando direzione e approccio, mi si è rivoltato tutto addosso. Ho passato un periodo che definire difficile è eufemistico.

Dicono che i figli ci salvano dal baratro. Vi basti questo per darvi il senso di dove ero arrivata con la disperazione. Vedevo solo il vuoto e ne ero attirata.

Ma c’erano i miei figli a tenermi. A reclamare la mia presenza e il mio amore. A salvarmi da me stessa. La mente, come vi ho detto, sa essere cattiva e può diventare la nostra peggior nemica, sappiatelo.

Non fidatevi troppo della vostra mente, imparate a capire quando vi sta fregando, quando vi sta portando in direzioni che in realtà non volete prendere. La mente è comoda, ama la routine e detesta i cambiamenti. E si incazza notevolmente se andate contro i suoi interessi. Jung lo avrebbe detto in un altro modo, sicuramente, io sono un po’ più diretta.

Nel post precedente dicevo che l’Australia mi ha aiutato. E se l’avessi ascoltata un po’ di più, forse una volta rientrata in Italia avrei perso meno tempo.

Quando sono salita sul volo che da Sydney mi avrebbe riportato a casa avevo il cuore invaso dalla consapevolezza di quello che avrei voluto fare: scrivere. Un libro, articoli, un sito, non lo so. Ma sapevo che quella era la direzione. Anche la mia mente, abituata ai post che scrivevo a manetta nella terra di Oz, si era abituata a questa idea e non opponeva troppo resistenza.

Poi, una volta messo piede sul suolo italico, la ricerca di un lavoro stabile è stata più forte del perseguimento dei miei sogni. E così a poco a poco ho relegato tutto nel cassetto, in fondo, sotto la polvere, i pezzi di carta, e tutte le cianfrusaglie che si buttano nei cassetti più per dimenticarle che per conservarle.

Ma il destino bastardo, sempre lui, anche stavolta ha presentato il conto. Io più che destino preferisco chiamarlo, più romanticamente, inquietudine. Quella roba che ti prende lo stomaco e ci butta dentro un miliardo di farfalle impazzite, quella roba che bussa al tuo cuore e alla tua mente periodicamente e si presenta, insistente: “Ehi, sono io, il tuo destino. Sono io quello che devi fare, è questo. Stai perdendo tempo. Ehi, mi ascolti? Mi ascoltiiiii?”. La mente riusciva spesso a ributtare nel cassetto l’inquietudine, ma il cuore no. Al cuore non si comanda, si dice. Ed è verissimo. Quello fa di testa sua e se l’inquietudine lo convince, lui le apre la porta e la fa entrare.

E allora sono botte. Botte tra mente e cuore, la prima che non ne vuole sapere e cerca cassetti dove buttare l’inquietudine, e il secondo che irrompe con la forza dell’amore e distrugge tutti i cassetti. Un’immagine apocalittica forse, ma non me ne venivano in mente altre ed è così che penso che sia andata nel mio caso.

Il cuore alla fine ha vinto. I cassetti non esistono più. L’inquietudine si è fatta strada anche nella mente, ed è stata promossa a consapevolezza.

Adesso sono consapevole di quello che posso fare e posso essere. So qual è la mia direzione e sebbene ancora non mi sia chiaro il tragitto da percorrere, ho gli strumenti giusti per delinearlo di fronte a me.

Alla fine del post precedente ho detto che quell’esperienza di lavoro era stata l’inizio della fine. La fine di cosa, vi chiederete?

Quell’esperienza innominabile è stata in realtà il motore che ha scatenato l’apocalisse tra mente e cuore di cui ho parlato poco fa. Senza quel momento così basso e buio della mia vita professionale, forse non avrei raggiunto questa consapevolezza.

E’ stata la fine del buio, dell’incertezza, dell’Angelica bravina, incerta e insicura. E ha segnato un nuovo inizio. Ancora tutto da scrivere.

Vi ho smartellato abbastanza l’anima? Credo proprio di sì, ma se siete arrivati fin qui a leggermi non posso fare altro che ringraziarvi per la dedizione. E la pazienza 🙂

9 thoughts on “Dieci anni dopo (seconda parte)

  1. Come descrivi la tua vita fin’ora, mi ricorda molto l’archetipo dell’eroe.
    Sei partita per un viaggio di iniziazione (in Australia) che ti ha formata.
    Sei tornata e hai affrontato mille prove, fino ad arrivare al punto piu’ basso (il lavoro infernale), che ti stava per distruggere.
    Ora stai rinascendo, con la piena consapevolezza di te.
    Sei invincibile adesso 😉

    • Ciao Monica! Scrivi benissimo, mi piace molto il tuo stile spontaneo, brava!

      “La mattina c’è chi si sveglia e decide di cambiare la sua vita, di andare in palestra, fare yoga o iniziare la dieta. Io scelgo di aprirmi un blog, a ognuno il suo, giusto?” Qui mi sono completamente rivista :-)))

      Continua così. Scrivere fa bene prima di tutto a noi stessi.

  2. Un ambiente di lavoro dove senti di non star bene, bambini piccoli che reclamano attenzioni continue, non sono un ottimo mix ma tu stai dimostrando che le donne possono , se vogliono arrivare dappertutto.
    Ora sei sulla strada giusta: continua a scrivere.

  3. Avendo fatto piu’ o meno il tuo percorso (non sono tornata allo stesso posto di lavoro, ma ho fatto lavori che mi ero riproposta di non seguire per dare spazio alla vocina che in Australia mi aveva detto cosa fare.. ma non l’ho ascoltata!). insomma concordo con quello che scrivi, ma credo che a volte bisogna sbattere la testa (o uscir di testa?) per saldare bene le nostre aspirazioni, qualunque esse siano. Mettersi in discussione e scoppiare un po’ ci sta, basta risalire la china e riprendere in mano la situazione. Auguri Maga (e auguri a me :D)

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